Fieno

La cucina è nell’ombra, ma dagli scuri marroni entra una lama di luce estiva dorata. Sulla stufa sfrigolano tanti tegami e sulla destra, sempre nella stessa posizione, sta il bollitore, pieno di acqua calda. La nonna va e viene dal cucinotto, noi stiamo fuori nell’aia. Gli altri tutti fuori a fare il fieno.

Torneranno sul Goldoni che noi proviamo a riconoscere da lontano, ma Jack fa sempre prima di tutti e comincia ad abbaiare quando il “tro-tro” del motore è ancora chissà dove.

Io me li sono sempre immaginati davanti all’Osterio: il nonno che guida, poi la zia Edia e il babbo, con la canottiera. Eccoli svoltare al muro di Gianfranco, sorridono.

Intanto nella pentola alta l’acqua ha bollito, i cannunciotti di Jack hanno fatto rumore rotolando dal piatto e si sono cotti mentre la nonna li girava con il ferro della stufa.

Un attimo ancora e anche noi siamo a tavola, la signora Fletcher batte sui tasti della macchina da scrivere, “murder-shewrote”, ma ancora non lo posso capire. “tu dudududududùdudù”, ma che ci troverà la zia Edia in questo gialli?

Pasta, petto di tacchino, contorno, la spuma della Verna con il tappo a molla verde, l’acqua nella boccaletta di Monte Lussari, il vino del Simoncelli, il nonno che mette tutto nello stesso bicchiere e fa una specie di miscella. Per anni un tovagliolo bianco grande grande, che pare fosse di “Mero da picino”.

La nonna mangia “in collo”, le Fontanelle, le Sode, il Buzzacchero e poi i campi preferiti del babbo: Campo lungo, Campo del letto, che sono campi comodi e, vicino, c’è anche l’acqua.

La pressa spesso è rotta, qualche volta c’è talmente tanto fieno da fare che bisogna chiamare rinforzi, mi ricordo del Cioni, in cima al rimorchio pieno di presse, dove solo la zia Edia riusciva a stare – ma lei, si sa, non aveva paura di niente- e mi pare di ricordare anche Bebo.

Bebo che la sera ci dava 20 mila lire, quelle banconote rosse che poi hanno tolto dalla circolazione, Bebo che raccontava tanti aneddoti di giovinezza e di quando col nonno si dovevano nascondere dai tedeschi: “Domenico! Domenico!”, gridava su per la Pianca.

Le stesse storie che raccontava la nonna e che cominciavano tutte con ” ‘n tempo de guerra…”.

La mia preferita era quella del giorno in cui i tedeschi requisirono il bestiame e il nonno Ugo era con le vacche su per il Poggio delle Vigne e allora, per non farlo tornare a casa e risparmiare le bestie, loro gli facevano cenno dall’aia di non tornare, ma rientrò lo stesso e le vacche vennero prese e concentrate insieme a tutte quelle degli altri nelle Sode. Mugghiavano, in modo lugubre.

Forse questa storia mi incuriosiva perché un giorno anche lo zio Claudio andò sul Poggio delle Vigne e noi – con la zia Emanuela, Ico e la Nora – lo salutavamo da casa.

Qualcuno sventolava un fazzoletto bianco, ma non mi ricordo da che parte.

A tavola a fine pasto la nonna portava il caffè al nonno, nel bicchiere e con lo zucchero nel fondo.

Qualcuno si alzava per andare nel mobile vicino al telefono a prendere la frutta. Stava nel ripiano più basso, sempre distesa e i profumi diversi si confondevano in un unico odore dolciastro.

Si contavano le presse, si parlava della pioggia che forse avrebbe rovinato tutto, ma di giornate di pioggia, in quelle estati in cui tutto era uguale eppure diverso, non me ne ricordo nemmeno una.

Rosaria Petreti

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