Lettera alla Maestra

Cara Maestra,

te nei sei andata in un caldo giorno d’estate.

Non era la prima volta che te ne andavi ma le altre volte non erano assolute.

Prato e Rimini non erano così distanti e distante non è stato nemmeno il commiato dei tuoi nipoti dai nostri pensieri. Non ci riferiamo alle parole ma all’emozioni che parole semplici aprono nell’anima e nel cuore. Noi in questi anni non avevamo capito che in fondo tu eri quella di sempre è solo che non avevi più bisogno di comunicarcelo perché lo avevi già fatto quaranta anni fa.

Vai a vedere che ancora una volta, alla tua maniera, ci hai dato un altro insegnamento. Come al solito ci ritroveremo oggi, dopo pranzo nella tua soffitta e ne parleremo tutti insieme.

Chi non è della generazione degli anni ‘60, forse non sa a che cosa ci stiamo riferendo:

in quegli anni a Badia si respirava un’aria molto diversa di quella di oggi. Noi ragazzi eravamo tantissimi, nelle scuole le classi avevano la doppia sezione, A e B, la maggior parte delle cose erano doppie: due alimentari, due frutta e verdure; due macellerie; due negozi di abbigliamento con merceria; due negozi di elettrodomestici; due mostre di mobili; due medici condotti; due officine e due distributori. Poi nei bar, ristoranti ed alberghi davamo il massimo: ben 3; senza dimenticare la lavanderia, il ferramenta, l’ammasso, la cartolibreria e, quello che non dovrebbe mai mancare in un paese, il forno.

Pensavamo di essere al centro del mondo e la “soffitta”di casa tua era il centro del centro del mondo. Il giorno pranzavamo velocemente per poi correre nella soffitta nel centro del centro del mondo a giocare e a fare i compiti, tutti insieme. I giochi parecchi li costruivamo o li inventavamo al momento, altri erano quelli dei tuoi figli, ovvero quelli dei nostri fratelli perché in quei tanti pomeriggi eri anche la mamma di tutti noi. Ad una certa ora merenda per tutti. Delle volte la tua “briciolina” insieme alle altre bimbe prendevano il sopravvento e deliziavano tutti con le loro specialità cotte nel “Dolce Forno”. Possiamo confessartelo, di gran lunga preferivamo le tue ciacce fritte!

Ogni giorno a scuola come nella tua soffitta era diverso dall’altro. Alcune volte eravamo i protagonisti delle fiabe, studiavamo le parti, entravamo nei personaggi e conoscevamo la nostra personalità in formazione; altre volte per farci entrare nel mondo dei numeri tiravi fuori un oggetto magico di lego e ferro costruito con le tue mani: il misterioso abaco. A proposito: ma il cobra e la mangusta che fine hanno fatto in quella fiaba che ci leggevi su quel tappeto colorato? Ti ricordi maestra che corse facevamo in quel campo vicino a casa tua nelle quali partecipava anche il tuo mitico cane Porche? E quanta gioia quando uno di noi, forse tra i più timidi e introversi, vinse il primo premio di un concorso di pittura ad Arezzo e finì sulle pagine della Nazione? Eravamo proprio al centro del mondo e con estrema semplicità ci stavi forgiando per essere donne e uomini liberi. Umilmente liberi.

Cara maestra sarai sempre con noi perché noi siamo anche il frutto di quanto ci hai insegnato e donato, continueremo a vivere con curiosità, libertà e semplicità. Daremo sfogo alle nostre passioni, crederemo nel prossimo e, per quanto potremo saremo generosi e disponibili con gli altri come ci hai insegnato tu. E se qualche volta perderemo dei congiuntivi ce ne faremo una ragione: abbiamo imparato anche cose ben più importanti in quella soffitta.

Cara maestra, pensandoci bene anche questa volta la tua partenza non è così assoluta.

Grazie maestra Fausta!

Elisabetta Angeli

 Laura e Luca Gori

a nome di tutti i tuoi alunni

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