I miei ricordi di scuola

E’ una bellissima giornata invernale, il sole fa risplendere la neve che, candida, ricopre i prati e la strada, dalla finestra sembra di guardare una cartolina. Io chiusa in casa, provo le stesse sensazioni di quando ero bambina. Allora, quando nevicava ne faceva veramente molta e ricordo che rimanevamo per giorni e giorni isolati dal mondo. Nessuno reclamava e tutti aiutavano tutti. Ricordo che per aprire la strada era veramente una tragedia. Partivano una decina di uomini armati di pale per far posto ad una coppia di buoi che trainavano un attrezzo che si chiamava lupa che serviva a pulire la strada. Nel 1942 rimanemmo isolati dal mondo per oltre un mese. Le famiglie, in montagna, sapevano bene che l’inverno era lungo ed occorreva munirsi dello stretto necessario: grano, granturco per la polenta, fagioli secchi e l’indispensabile maiale, così la famiglia era tranquilla fino alla primavera successiva. Dopo tanti giorni di isolamento, un ragazzo di Badia si offrì volontario, per recarsi a Sansepolcro a piedi, sfangando la neve, per andare alla posta e portare qualche notizia dal mondo. Tornò l’indomani dopo aver camminato per 60 chilometri, con un carico di poste e di giornali, così Badia ritorna a vivere; quel ragazzo si chiamava Vilibaldo.

I più felici in questo contesto eravamo noi bambini perché potevamo rimanere qualche giorno a casa, le scuole erano chiuse e la mattina poltrivamo un po’ più a lungo sotto le coperte, e con mia grande gioia, andavamo a sciare, il mio sport invernale preferito.

Le aule erano due, le maestre due, le classi cinque, i bambini circa 25 ogni classe. Poche maestre per così tanti bambini, ma i bambini erano estremamente educati, in aula non sentivamo volare una mosca. Le classi miste erano molto ben seguite: mentre una era intenta a fare un tema, l’altra scriveva un diario, così non si disturbavano l’un l’altra. In prima elementare i quaderni erano a quadretti e per giorni facevamo solo puntini nell’angolo dei quadretti, poi pagine e pagine di lineette che chiamavamo soldatini. In seguito le lettere dell’alfabeto. Di giorni ne passavamo diversi prima di iniziare con le paroline. A noi facevano fare molti temi, dettati, riassunti, molte poesie, grammatica e diari, per quello che riguarda italiano. Matematica, molte operazioni, problemi e tabelline, quelle tante. E poi storia e geografia. Quando osservavo i miei nipotini che facevano le elementari, rimanevo incuriosita dalle parolone che avevano le loro materie, però loro rimanevano a bocca aperta nel sentire come io fossi veloce in matematica; mi sentirei di battere molti perché pur avendo quasi 80 anni non ho dimenticato niente degli insegnamenti appresi a scuola. La giornata scolastica si svolgeva così: entrata alle 08:30, ci presentavamo alla porta e non dicevamo “Buongiorno”, ma il saluto era quello fascista, alzavamo il braccio destro con la mano perfettamente distesa; in silenzio, ognuno al suo posto. Poi la maestra faceva il solito giretto tra i banchi per controllare se tutti i bambini fossero in ordine, con mani, unghie ecc. dovevamo essere perfettamente puliti. Le ore di lezioni erano quattro ma molto ben seguite e fruttuose. Chi non era attento e diligente era obbligato a rimanere in classe con la maestra per un’altra oretta. Quello che io detestavo della scuola erano le bacchettate nelle mani con un vinco che le maestre si facevano portare dagli stessi alunni che vivendo fuori del paese avevano la possibilità di cogliere per strada. Una breve preghiera e iniziava la lezione. I miei fratelli più grandi hanno fatto tutti la quinta elementare, alcuni l’hanno fatta serale e mio fratello Livio ha studiato per qualche anno in seminario. Nel mio piccolo paese dal 1900 non c’è stato più analfabetismo. E c’erano molte maestre. Tutte le frazioni ne avevano una, i bambini erano molti e tutti seguivano normalmente le lezioni. Siccome tutte le maestre risiedevano in città e il sabato tornavano a casa, ricordo che venivano accompagnate in paese in pullman, a dorso d’asino o raramente in groppa a un bel cavallo. Non avevamo il bidello, la scuola veniva pulita da una signora a fine lezioni, così non disturbava e non era disturbata. Io non ho mai e sottolineo mai avuto una supplente in cinque anni di scuola. Amavo molto la mia maestra, una signorina che non si è mai sposata, molto precisa e attenta che amava i suoi ragazzi. Io credo che il suo percorso scolastico sia iniziato e finito qui a Badia Tedalda. Terminate le lezioni veniva dato ai bambini bisognosi che abitavano lontano un piatto caldo che consisteva in un bel piatto di minestrone preparato dalla mia mamma che possedeva una piccola trattoria. Ricordo che in fondo alla mia classe, in un angolo, c’era un banco più grande di tutti gli altri e ben visibile dalla cattedra; lì sedeva il più sbarazzino e svogliato della classe. Il ragazzo aveva qualche anno più di tutti noi, perché pluriripetente. A volte la maestra lo trovava addirittura addormentato. Le quattro ore giornaliere che facevamo non avevano interruzione, però due volte a settimana la maestra ci portava in palestra a fare un po’ di ginnastica. Naturalmente non avevamo una maestra apposita per educazione fisica; gli esercizi erano molto semplici, noi la ginnastica la facevamo a casa o per strada. Saltavamo la corda, giocavamo a palla a muro, sciavamo, e così eravamo sempre in movimento all’aria aperta, sviluppando un corpo robusto, armonioso e sano. Ora il mio paesino tanto amato si è molto spopolato, i ragazzi che via via si laureano vanno a lavorare in città e là formano la loro famiglia. Gli abitanti delle frazioni nel dopoguerra hanno lasciato le loro case, le loro campagne, le loro meravigliose montagne, molti per lavorare in fabbrica. Le nascite sono molto diminuite, le famiglie numerose sono sparite. Ora che non ci sono più bambini, non ci sono più scuole nelle frazioni.

Pasquina Milli

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