Aguzza la vista (parte seconda)… e trova il castello

Caro lettore, proseguo qui il racconto iniziato nel numero precedente; quindi ti consiglio vivamente, nel caso tu non lo abbia fatto, di porre immediatamente rimedio: vai al Centro Visite di Badia Tedalda, segui il percorso museale e scambia due chiacchiere con Fulvio Piegai sulla storia di Badia; di sicuro non saprai cosa ho scritto nel numero precedente, ma per certo ne uscirai più arricchito.

Tornando alle nostre “bischerate” per il badiale, io e Daniele Albini giungemmo alla base di quello che sembrava il luogo dell’antico castello di Montefortino. Parcheggiata l’auto, iniziammo la perlustrazione.

Approfittiamo quindi per dare due suggerimenti a chi desideri divertirsi a leggere le forme del territorio e comprendere i segni che l’uomo lascia nelle pieghe del paesaggio.

Per prima cosa è necessario (anche se difficile) eliminare qualsiasi memoria, conoscenza sul passato o sul luogo, che potrebbe sviarci lo sguardo: se ci fate caso, anche ora mentre leggete e vi scrivo “castello medievale”, la vostra mente vaga a prendere immagini in qua e in là, di dame, di corti, spade, draghi. Successivamente è bene porsi in una visione presente “sul passato”: mentre facciamo un sopralluogo si tende a trovare quello che ci aspetteremmo perché “in passato si faceva così”: quindi tendereste a cercare la torre perché il punto è strategico, a trovare il legno perché una volta si facevano così le case, ecc.. Iniziate poi ad osservare sia come si impostano strade e sentieri odierni e se ci sono indizi che vi suggeriscono la presenza di vie differenti e non più visibili: una fila di alberi in mezzo ad un campo che “non ha senso”, una casa rimasta isolata, un poggio con pareti tagliate in verticale. Infine guardatevi tra i piedi: camminate osservando (senza mai toccare, sarebbe un reato penale!) quello che trovate sui vostri passi, come un ciottolo fuori posto, una pietra lavorata, un pezzo di ceramica.

Applicando un po’ di queste regolette, io e Daniele, ci imbattemmo nella prima meraviglia del luogo: un bel muro di pietra lavorata, con i filari ordinanti, saldamente ancorato al bordo del poggio. Probabilmente si trattava della vecchia cinta muraria del castello. La cosa interessante in questo caso era l’omogeneità dell’altezza delle pietre, che tuttavia non sembravano lavorate fino al punto di essere riportate alla stessa dimensione. La sensazione era di essere di fronte a vene di roccia che, naturalmente, si erano depositate in quelle forme, e che l’uomo aveva deciso di estrarre in maniera sistematica per ottenere una serie di pezzi per costruire più facilmente e in maniera più regolare un muro. Questo, in molte occasioni, è il segno della volontà del signore di un luogo, nel medioevo, di utilizzare un fronte di cava ben preciso e far lavorare i propri contadini per costruire le difese del borgo. Un chiaro segno di un signore feudale che doveva proteggere le proprie genti e il proprio territorio. Una saggezza nel tagliare la pietra per costruire case che qui è diventata patrimonio comune.

Proseguimmo lungo il poggio arrivando in un pianoro frastagliato da tante irregolarità: anche in questo caso l’occhio dell’archeologo aiuta. Simili asperità infatti sono molte volte il segno lasciato da casette in crollo, da vuoti lasciati dai tetti che implodono e lasciano spazio a terra ed erba.

Il sole iniziava a calare ed era giunta l’ora di andare a vedere quel monte artificiale che ci aveva incuriosito. Arrivati alla base fu subito chiaro che eravamo con i piedi dentro ad un fossato, delimitato da un muro di cinta, la seconda cinta muraria che difende solitamente la zona dove sorge il mastio. Ci arrampicammo in cima e… sorpresa! Tra le erbe, gli arbusti e qualche grufolata di cinghiale ci ritrovammo fra scandole di pietra (le lastre piatte per fare i tetti) e blocchi di pietra in crollo che arrivavano dalla cima del colle.

E così, tra rovi, spini, rami in faccia e un po’ di storte ai piedi, arrivammo al centro del poggio, dove era ben visibile la presenza di un muretto. A quel punto la voglia di capire se si poteva trattare di una torre medievale era tanta. Ma, ahinoi! Ci eravamo attardati troppo! Le ombre si erano allungate inesorabilmente e da fitto del boschetto iniziarono ad arrivare i primi grugniti serali, rumori sinistri, voci: mamma cinghiale forse aveva fame?

A noi piace pensare che quella che sentimmo fosse la voce del bosco che chiedeva rispetto per le antiche leggende, che sì, devono essere raccontate, ma la fine deve essere riservata solo a coloro che si recheranno sui luoghi di persona e saranno degni dell’amore del posto, portando rispetto a quella ricchezza che diamo per scontata, chiamata paesaggio.

Buone leggende, aguzzando la vista.

Luca Mandolesi

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