Cultura contadina e qualità totale

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, era molto in voga il concetto di “Qualità Totale” nei processi industriali, ampiamente trattato anche a livello divulgativo sui giornali e in televisione. 

La Qualità Totale veniva associata in particolare ai giapponesi, che sono stati i pionieri in materia.

La prima volta che sono andato in Giappone, alla fine degli anni Ottanta con un gruppo di studio europeo, a visitare le loro fabbriche più avanzate, notai una sorprendente similitudine con i metodi di lavoro usati nella nostra secolare cultura contadina.

In quel contesto, si trattava di prodotti complessi di elettronica ed elettromeccanica, ma l’approccio di base era analogo.

In estrema sintesi, la Qualità Totale non è altro che costruire prodotti (non importa quanto complessi), esattamente su misura per la funzione richiesta, senza fronzoli e inutili abbellimenti, con il massimo utilizzo dei materiali e risorse disponibili.

Inoltre, vi era la massima attenzione a “farlo bene al primo colpo”, per non buttare via niente: quindi, non perfezionismo eccessivo, ma essenzialità, e niente sprechi.

Questo approccio è analogo a quello praticato dai nostri artigiani e anche dai nostri agricoltori, fino a quando il lavoro era quasi esclusivamente manuale.

Non a caso, la moderna concezione di Qualità Totale è stata sviluppata in Giappone, perché questo paese aveva modeste risorse di materie prime, spazi produttivi ristretti rispetto alla popolazione, ma vasta disponibilità di manodopera specializzata.

In America, invece, si presentava una situazione opposta: infatti, negli stessi anni, furono sviluppate tecniche produttive diverse, basate su un’automazione spinta, con basso impiego di manodopera.

È facile constatare che anche nelle nostre campagne, nei secoli passati, si operava con scarsità di materiali e di risorse, ma con ampia disponibilità di manodopera.

Si potrebbero fare molti esempi di prodotti costruiti nei secoli scorsi nel nostro territorio.

Ne cito uno per tutti: la treggia.

I più anziani la ricorderanno.

Era una slitta trainata da un paio di vacche aggiogate e rappresentava il principale mezzo di trasporto nelle campagne, per trasportare fieno, covoni di grano, fascine. È stata usata fino all’avvento del trattore, verso la metà del secolo scorso.

Questo veicolo agricolo è di origine antica ma il tipo usato nell’Alta Valmarecchia ha avuto nel tempo una sua specifica evoluzione per adattarlo ai percorsi più critici e per utilizzare il legname da costruzione disponibile nel luogo.

Ebbene, la treggia è un’eccezionale opera di ingegneria, che è stata studiata, in alcune università italiane, da ingegneri e da storici della cultura contadina, per comprenderne bene i criteri costruttivi.

Parliamo della treggia a due sezioni, con una struttura completamente articolata, adatta ad essere trainata per stradine tortuose e scoscese, dove un mezzo più rigido, per non parlare di un carro, non avrebbe potuto muoversi.

Un altro aspetto particolarmente interessante è la scelta dei vari tipi di legno usato per la costruzione.

Ogni pezzo era fatto di una varietà diversa di legno, a seconda della funzione che aveva: questo consentiva di ottimizzare, in rapporto al peso, la resistenza alle sollecitazioni, l’elasticità di alcuni componenti e la resistenza all’usura delle parti striscianti.

Quindi, si può dire che la treggia è stata progettata e costruita secondo i criteri della “Qualità Totale”, già qualche secolo prima che i giapponesi ne codificassero la metodologia!

Pietro Maccari (Vadero)

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