Il musicista

Questa è una storia vera che mi ha raccontato mio babbo Almo qualche anno fa, prima che venisse a mancare. Prima della Seconda Guerra Mondiale (1933-34) “il mi babbo” (come si dice qui da noi e come continuerò a chiamarlo anche nel seguito) era ancora poco più che un ragazzo, essendo nato nel 1924. In casa mia, dove abito tuttora, la cucina è molto grande e dal tempo che fu qui al Poggio di Arsicci si son sempre fatte feste e castagnolate. Ovviamente il ballo più richiesto era il “liscio” romagnolo: valzer, polka, tango, mazurka. Ma si suonavano pure le canzoni più in del tempo. Mi ricordo che in casa nostra queste feste si fecero fino agli anni ’60 ed il musicista più in voga in quel momento era mio zio, Leo Lozzi, poi ne verranno altri come Domenico Lozzi, Albertino che è stato maestro e compositore, Dario Mastini e tanti altri di cui la nostra montagna è ricca. Ma veniamo alla nostra storia. In una delle feste di carnevale parteciparono tantissime persone dai paeselli lì vicino: da Caprile, da Fresciano, dalla Marecchia, senza contare quelli di Arsicci e Montebotolino e qualcuno addirittura anche da Badia… pensiamo che ai quei tempi d’inverno ci si spostava usando gli sci o le “ciaspe” da neve; in parole povere la gente si muoveva solo a piedi, in pochi si potevano permettere l’auto! Si ballò, si bevve il vino buono fino a tardi e si mangiò castagnole condite con zucchero e alchermes. Passata la mezzanotte piano piano la gente cominciò ad accomiatarsi per fare ritorno a casa. Gli ultimi di solito erano i musicisti che al termine rimediavano qualche forma di cacio o una pagnotta di buon pane. Fra questi ce n’era uno che veniva da Pieve S. Stefano, magro come un “cristo di pero”, che suonava un gran trombone, tutto ammaccato, forse del secolo precedente, passato dal nonno al babbo e poi al figlio… chissà. Il trombettista aveva alzato un po’ il gomito quella sera allora la mi’ nonna Vilelma premurosa e santa com’era (tutte le sere alle 18 prima di cena ci faceva recitare il rosario per 40 minuti… e guai chi mancava!) chiamò il mi’ babbo Almo che era un ragazzetto vispo e vivace e gli disse di accompagnare il musicista, almeno fino alle Valdazze che poi da lì fino alla Pieve era tutta discesa!

Il trombettista mezzo brillo si mise sulle spalle un pesante mantello nero e il cappello invernale poi, mezzo biascicando, disse al mi’ babbo: “Citto porta te il trombone che io mi appisolo un po’ sopra la miccia. Poi alle Valdazze mi svegli.” E così partirono, Cristo di pero davanti sopra la miccia e il mi babbo con il trombone sulle spalle a piedi dietro di lui. Un po’ a malincuore perché dal Poggio alle Valdazze ci voleva camminando sulla neve quasi un’ora.

Fuori nella notte era tutto bianco e la terra era coperta da mezzo metro di neve ghiacciata. La luna e le stelle si specchiavano sopra quel grande bianco con una miriade di riflessi di diamante, e lucciole di luce si sollevavano dal mantello di neve che copriva le ginestre e le fratte di spini, danzando dentro quell’atmosfera, magica ed irreale. Gli zoccoli della mula affondavano nella neve lasciando impronte che Almo ricalcava coi suoi piedi di tanto in tanto. Il trombettista dormiva sopra il quadrupede quasi tutto penduto in avanti sopra il collo dell’animale che conosceva la strada per il ritorno (altro che pilota automatico!). Almo annoiato e stanco di quella situazione si mise a giocherellare col pesante trombone. Soffiava a più non posso sul bocchino d’argento dello strumento che non dava proprio segni di vita… ma soffia soffia dopo qualche minuto all’improvviso come un tuono, come una sirena del transatlantico… poooooo poooooo pooooo!… il suono squarciò il silenzio di quella notte di febbraio. La miccia partì di scatto spaventata disarcionando il povero Cristo di pero che cadde sprofondando dentro un refano di neve e il mi’ babbo lì a bocca aperta aspettandosi il peggio. L’uomo mise la testa fuori del refano guardò il mi’ babbo e gli disse affettuosamente: “Citto, però la prossima volta avverti prima”. Recuperarono la miccia dopo qualche centinaio di metri, più avanti. Quella fu la prima ed ultima esperienza come musicista del mi’ babbo.

Immagine in copertina e racconto sono a cura di Pierluigi Ricci

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