Magia della Luna

Sono Londinese dell’Alpe della Luna

Sono Londinese dell’Alpe della Luna, provengo da una famiglia di artisti e scrittori tra cui Rudyard Kipling, autore del Libro della Giungla che ci ha fatto amare le avventure selvagge. Il bisnonno, il pittore preraffaellita Sir Edward Burne-Jones, era incantato dall’Italia, così siamo cresciuti immersi nella pittura, architettura e scultura italiana.

“Il mio dipinto preferito è la Flagellazione di Piero della Francesca ad Urbino”, diceva un giorno il mio zio, commerciante d’arte.

Non andateci mai!” esclamò inorridita la zia, “Sono stata avvisata da un indovino, ti succederà qualcosa di terribile, potresti non tornare mai più!“. Aveva ragione.

Un autunno nei primi anni ’90, sono andata ad Urbino, per un giorno solo. La mia guida turistica riportava che questo bastava per vedere il suo splendido palazzo, l’oratorio affrescato di San Giovanni e la casa natale di Raffaello. Continuava riportando che  “Non c’è nulla di interesse architettonico o storico nel territorio selvaggio prima di Sansepolcro“. Sorseggiai un Campari mentre il proprietario del bar cantava accompagnandosi con il mandolino. Gli ho chiesto se fosse vero. “Ah“, disse, “il suo libro sembra non conoscere la magnifica cultura rinascimentale del Montefeltro e dei Duchi di Urbino.”

Il giorno dopo portò me e il mio compagno in un viaggio magico e misterioso nell’Alta Valle del Metauro. Abbiamo visitato palazzi e castelli progettati dai leggendari architetti come Francesco di Giorgio, Gerolamo Genga e Laurana e città murate rinascimentali le cui chiese contenevano dipinti squisiti. Rimanemmo incantati dalla gloria bianca e blu dei bassorilievi dei Della Robbia, copie di cui il nostro bisnonno aveva riportato dall’Italia per appendere nelle nostre camere da letto. Guardammo con gioia i dipinti dai colori brillanti delle ceramiche rinascimentali di Castel Durante polverosi e dimenticati in una vetrina di un bar.

Ora stiamo andando nella valle del mago e dei cento castelli“, disse la nostra guida, “sull’Alpe della Luna“. Il giro comprendeva un sacco di bar, uno di questi era gestito da tre antiche streghe che ci davano dei portafortuna fatti  a mano e ci predissero che saremmo andati in un posto al di là di un fiume. Salimmo su montagne verde scuro che si elevavano come onde di un mare mosso. Superammo un palazzo di Francesco di Giorgio che veniva usato come stalla per le mucche e una cappella dipinta dove stavano alcune pecore. Eravamo nel regno magico delle montagne della Luna e il suo famoso mago rinascimentale, Ottaviano della Carda.

Il sole era ancora caldo, il cielo di un celeste impenetrabile, le pendici piumate di un verde brillante. Sembrava una valle da favola, molto alta, come cavalcare un’aquila grande e non si vedeva oltre. L’occhio era portato su altezze oscure dove picchi frastagliati si levavano spettrali dai loro indumenti verdi, forse rocce, forse le rovine di torri di guardia feudali che sorvegliavano le vette, e fattorie solitarie che sembravano francobolli nebbiosi. Sul fiume c’erano cumuli di carbone lavorati da uomini agili, i volti e gli abiti neri come l’olio del motore. Il fumo offuscava la strada e improvvisamente abbiamo dovuto frenare incrociando un camion carico di legna.

Il fiume si precipitava sotto un ponte di pietra appuntito come la mitra di un vescovo e si riversava giù dalle montagne che sembravano chiudere il mondo con un’alta fortificazione. Ora la strada degenerava in fango e sassi, era sovrastata da rami e piante rampicanti grigie come ragnatele giganti. C’erano crateri e frane parzialmente sgombrate. Due cani da caccia dalle orecchie lunghe seduti su una balla di fieno ci guardarono passare e abbaiarono con entusiasmo. Su una piccola salita il nostro amico fermò la macchina e indicò la valle.

Sul lato opposto del fiume, un gruppo di case abbandonate discendeva da una riva con un caos attraente e glorioso.  Brillavano luminescenti  riflettendo il tardo sole, illuminate dal rivèrbero dell’acqua che le circondava, l’Auro che alimenta il Metauro, una cintura d’argento sotto le piccole cascate scintillanti. Il paesaggio era bellissimo, il villaggio galleggiava sull’onda delle montagne che scorrevano come acque oscure. Le case erano ammucchiate in confusione, i loro tetti inclinati verso tutti gli angoli, alcune erano crollate sotto le lastre di pietra in una cornice di magica bellezza. Sotto di loro, campi di smeraldo scendevano giù al fiume, circondati da una fitta foresta scura.

Qui, in questa selvaggia valle abbandonata, un tempo correva la strada principale tra est e ovest attraverso l’Appennino fino a Firenze. Castelli e palazzi erano disseminati lungo la strada, erano passati grandi eserciti, i signori avevano costruito fortezze e c’erano grandi villaggi,  sopravvissuti in questo selvaggio territorio di confine, di contrabbandieri e di lupi. Ora tutto era abbandonato ma il passato era ovunque da vedere, sia in un’antica pietra scolpita, sia una chiesa dipinta, raffinati caminetti di marmo e porte in legno di noce.

La strada attraversava il confine tra Marche e Toscana e oltre le drammatiche cime verso Badia Tedalda, dove si divideva per correre lungo la valle della Marecchia fino a Rimini o scendere verso la valle del Tevere e Roma, zona dalle bellezze come Badia Alta, Rofelle, Monte Botolino. Qui la terra diventa più pastorale, più calda, più dolce. Le selvagge Montagne della Luna e le loro valli segrete sono lasciate dietro, alle spalle.

Sono incantata dal romantico borgo abbandonato da trent’anni ormai. Parlo italiano, anche se ho imparato prima il dialetto locale, ruvido e molto colorato. La vallata segreta mi sembrava un sogno vivo dove la luna piena sbatte lungo le cime inondando i lati delle montagne d’oro mentre i lupi cantano le arie di Mozart. I cinghiali grugniscono come un basso, il bramito del cervo suona come un trombone, le cascate sono le percussioni di questa orchestra, i rapaci le trombe e le loro vittime i flauti. Sono anche amante dei quadri di Piero della Francesca che vado a trovare spesso come se fossero amici.

Riconosco ora il pericolo di visitare Urbino, potrebbe semplicemente mandarti in paradiso.

Scritto e tradotto da Serena Thirkell

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