Badia Tedalda nel Quattrocento

Don Amedeo Potito nella sua fondamentale e ormai introvabile opera: “Badia Tedalda nei secoli” (Bruno Ghigi editore, 1985) facendo riferimento al periodo del ‘400 riporta solo poco più di una ventina di atti notarili per quanto riguarda il territorio badiale. Sono atti rogati però da notai non residenti a Badia ma in territori vicini, si trovano conservati nell’Archivio di Stato di Firenze – Diplomatico della Badia Fiorentina. Una domanda sorge spontanea: i documenti realizzati da notai residenti a Badia Tedalda che fine avevano fatto? Don Potito era un instancabile ed esperto ricercatore storico, il fatto che non avesse trovato questi documenti portò alla convinzione che dovevano essere andati perduti, forse nel corso dell’ultimo conflitto mondiale o durante l’occupazione napoleonica, altro periodo catastrofico per i nostri archivi.

Le cose in realtà non stavano così. Come avete potuto leggere nel precedente numero di Luna Nuova grazie ad una segnalazione del prof. Francesco V. Lombardi siamo venuti a conoscenza di tre diversi protocolli di notai che hanno lavorato a Badia Tedalda nel ‘400 (Tommaso da Campo, Pietro Borgarucci da Cantiano e un notaio di cui non si sa il nome ed è rubricato come Notaio Ignoto) conservati presso l’Archivio di Stato di Pesaro nel Fondo Notarile di Cagli. Riguardano gli anni che vanno dal 1436 al 1491 (c’è un unico vuoto temporale di 7 anni, dal 1461 al 1467). Sono in una sede che sorprende, fuori regione, ma una spiegazione si può trovare. Nel ‘400 c’era l’usanza che, quando un notaio si trasferiva in un altro luogo di lavoro, portava via con sè tutti i registri con gli atti che aveva realizzato fino a quel momento. A fine carriera il notaio depositava i registri nell’archivio competente per la sua ultima sede di lavoro. E’ quindi probabile che i nostri tre notai dopo aver lavorato a Badia Tedalda abbiano terminato la loro carriera nel territorio di Cagli. Dopo l’Unità d’Italia l’Archivio di Cagli fu accorpato all’Archivio di Stato di Pesaro, ed è in questo archivio che il prof. Lombardi ha trovato i documenti “nel corso di ormai remote ricerche” come ha precisato in una sua comunicazione.

Nei registri dei notai del ‘400 troviamo documenti di vario genere. La maggior parte riguarda le attività di tutti i giorni di una comunità come compravendite di terreni, case, animali ecc., affitti di attività commerciali come i mulini che erano il cardine dell’economia rurale. Troviamo anche documenti più importanti che riguardano i rapporti della comunità con il Signore del luogo. Dal 1385 la Fortezza Abbaziale di Badia Tedalda faceva parte della Signoria dei Montedoglio ed era un Vicariato in cui l’Abate governava per conto del Signore. Il Conte Pier Onofrio (Contis Petri Honofrii), figlio di Giovanni, viene citato in molti documenti notarili come governante in quel periodo. Estintasi la linea maschile dei Montedoglio dal 1489 Badia Tedalda sarà sottoposta al dominio della Repubblica Fiorentina. Altro potere da considerare è quello della Chiesa che è spirituale, ma all’epoca era sopratutto temporale, numerosi sono i lasciti testamentari a favore di chiese del territorio tra cui S. Maria del Presale.

Dall’esame analitico di questi documenti emergono nomi di personaggi, di luoghi, di fondi agricoli, di atti giudiziari, di contratti di affari, di testamenti, inventari, di rapporti interni ed esterni al Vicariato Abbaziale. Il maggior problema che si pone quando si vuole studiare questi documenti è che sono di difficile lettura, essendo scritti in un latino approssimato, con calligrafie poco decifrabili (a parte rare eccezioni) con abbreviazioni e simbologie caratteristiche del gergo dei notai. Occorre uno specialista in scritture antiche, cioè un paleografo, e per quanto riguarda il notarile del ‘400 sono purtroppo pochi. Terminata la fase di acquisizione dei documenti occorrerà trovare un esperto che studi il materiale per realizzare una pubblicazione.

La Fortezza Abbaziale di Badia Tedalda in una mappa del ‘500, siamo quindi agli albori della cartografia, conservata nell’Archivio di Stato di Firenze (particolare). Da: Carlo Vivoli, Il Disegno della Val Tiberina, Bruno Ghigi Editore, 1992

In attesa che ciò accada ho approfittato della disponibilità e cortesia dello storico riminese Oreste Delucca, che è uno dei più importanti studiosi italiani del Medio Evo. Ho potuto così, grazie a lui, trascrivere sinteticamente alcuni atti. Possiamo avere alcune anticipazioni dalle quali emergono interessantissimi frammenti della vita della comunità badiale nel ‘400. Dall’unico registro del Notaio Ignoto a pag. 29 veniamo a sapere che il 26 Dicembre 1469 l’Abate Palla del monastero di S. Angelo (era a Montelabreve) concede in affitto a Marcone da Ranco il mulino del Presale con annessa gualchiera (era una attività connessa alla battitura della lana), dal primo giorno di Gennaio (1470) al prezzo di 68 mastelle di grano e per la metà del guadagno dell’attività della gualchiera. La presenza di una gualchiera annessa ad un mulino rappresenta un elemento caratterizzante forte per quanto riguarda un territorio. Significa la presenza di pascoli, di greggi, della lavorazione della lana e della sua eventuale commercializzazione. Dal registro n. 1 del notaio Pietro Borgarucci da Cantiano a pag. 102 abbiamo notizia che il 17 Febbraio 1472 donna Berta figlia del fu Giovanni di Cicognaia e vedova di Angelo detto Carciano di Ranco chiede la restituzione della dote che ammontava a 40 fiorini d’oro. Per mettere insieme la dote avevano partecipato, con diversi importi, il padre, lo zio ed il fratello. In base alle consuetudini del luogo la dote veniva resa per intero, o solo in parte, in caso di decesso del marito. Gli atti notarili prevalenti sono quelli riguardanti le vendite, in special modo di terreni. Il 15 Giugno 1466 (registro n.1 notaio P. Borgarucci, pag. 52) Antonio detto Magnanuzzo figlio del fu Stefano detto Fanello del Castello di Rofelle vende a Sepulcro del fu Bartolomeo un pezzo di terra arativa sito nella Curia del Castello di Rofelle in un luogo detto Lorsaia al prezzo di fiorini 32 (viene anche precisato il cambio, 40 bolognini per 1 fiorino). E’ interessante nel documento il toponimo (nome di luogo) Lorsaia (l’orsaia) che testimonia la presenza dell’orso nell’Appennino Tosco-Romagnolo prima della sua scomparsa avvenuta alla metà del ‘500 per l’avvento delle armi da fuoco.

La cosa più affascinante che succede quando si riesce a leggere questi documenti antichi è che si entra in una sorta di macchina del tempo che permette a personaggi, sconosciuti fino a quel momento, di uscire dall’oblio, di ritornare per un breve tempo sul palcoscenico della loro vita per parlarci di un mondo di più di cinque secoli fa.

Un sentito ringraziamento ai funzionari dell’Archivio di Stato di Pesaro che con cortesia e competenza mi supportano in questa ricerca.

Fabrizio Barbaresi

Immagine in copertina: Archivio di Stato di Pesaro, Fondo Notarile di Cagli, Notaio P. Borgarucci da Cantiano, registro n. 1, pag. 12. 15 Agosto (1460, la data come anno nell’atto è assente, viene desunta dal documento precedente). In sintesi: Donnino di S. Paterniano ora residente a Gattara vende a Maso di Villa Tramarecchia un pezzo di terra arativa sito nella Curia di S. Paterniano – Tramarecchia nel luogo detto il Pianaccio (tuttora esistente) della misura di una mastella (cioè grande quanto un campo che poteva essere seminato con la quantità di grano contenuta in una mastella, che era una unità di misura di allora) vicino alla strada che va dal Castello dell’Abbazia al Castello di Fresciano)

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