Lettera al Direttore

“Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina,

in mezzo al prato c’è una contadina, curva sul tramonto, sembra una bambina

di cinquant’anni e di cinque figli, venuti al mondo come conigli,

partiti al mondo come soldati, e non ancora tornati”

(F. De Gregori)

Caro Direttore,

desidero esprimere il mio apprezzamento alla Pro Loco di Badia Tedalda e al suo Presidente per il risalto dato all’argomento “Linea Gotica”, e alle varie iniziative per conservarne la memoria.

Alla Linea Gotica sono associati eventi drammatici per la popolazione del comune di Badia che, durante la guerra, ha sopportato sofferenze oggi inimmaginabili, ma ha anche mostrato le sue doti di tenacia e umanità.

Vorrei dare anch’io un breve contributo alla memoria di quei fatti.

Sul giornale sono stati raccontati, giustamente, episodi di eroismo nelle azioni belliche. Io vorrei soffermarmi su un altro tipo di eroismo, quello delle famiglie durante l’occupazione nazista.

Sono passati 75 anni dalla fine della guerra e le persone che l’hanno vissuta direttamente sono rimaste in poche; ma per la generazione dei figli, alla quale appartengo, la conoscenza di quegli eventi è avvenuta attraverso il racconto fatto dai protagonisti, negli anni immediatamente successivi.

Per me, che ho trascorso l’adolescenza in una frazione rurale del comune di Badia, non lontana dalla Linea Gotica, è come se quegli eventi li avessi vissuti, tanto è vivo il ricordo dei racconti e l’emozione che ancora provo nel rievocarli.

In quel periodo i nuclei familiari erano costituiti prevalentemente da donne e anziani, perché gli uomini giovani erano tutti in guerra e alcuni poi in prigionia.

Mio padre apparteneva a una famiglia numerosa, in cui erano cinque i fratelli maschi, e c’è stato un periodo in cui erano tutti sotto le armi (e purtroppo non tutti sono tornati).

Gli uomini validi di mezza età, che erano a casa, venivano prelevati dai tedeschi per portarli a lavorare alla famigerata “Todt”, la ditta tedesca che costruiva le difese sulla Linea Gotica. Chi faceva resistenza veniva passato per le armi. Si sono verificati dei casi nella zona.

Le protagoniste di questo periodo sono state le donne. Avevano sostituito gli uomini nel lavoro dei campi e nella cura degli animali, oltre a svolgere le abituali faccende di casa.

Fra tutte le famiglie c’era uno spirito di comunità solidale, dove tutti si aiutavano spontaneamente. Le porte delle case erano aperte e per consuetudine si entrava senza chiedere permesso!

Al lavoro dei campi di chi possedeva più terra, partecipavano anche le famiglie che non ne avevano abbastanza. I prodotti ricavati servivano alla sopravvivenza di tutti.

I tedeschi avevano allestito un campo base al Cerreto, vicino Badia, e da lì partivano le pattuglie in cerca di uomini in età di leva, e talvolta per fare razzie.

Non si può dire che gli occupanti rubavano, per carità… si facevano consegnare sotto la minaccia delle armi quello che volevano! Per lo più animali domestici da macellare, scelti in modo sistematico facendosi aiutare, come interpreti, da giovani tirolesi bilingui che avevano nei loro organici.

Inoltre, imponevano ad alcune donne di andare al campo del Cerreto per lavorare nelle loro cucine. Si può immaginare la paura. Toccava alle madri di famiglia più coraggiose, mentre le ragazze più giovani venivano tenute nascoste.

Nonostante questa situazione, nei residenti non venne mai meno lo spirito di umanità, perché radicato in una secolare cultura di vita.

Per esempio, nella zona arrivavano soldati sbandati, anche stranieri, che si fermarono anche a lungo, alcuni in attesa del momento propizio per raggiungere le formazioni partigiane sull’Appennino. Questi giovani, per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi, di giorno si nascondevano nei boschi e la notte chiedevano ospitalità, per ripararsi dal freddo. Alcune famiglie (fra cui i miei nonni, che non avevano notizie dei figli, impegnati in guerra chissà dove) li facevano dormire in locali di loro proprietà e li sfamavano, nonostante le ristrettezze, e con il rischio di essere scoperti dai tedeschi e fucilati.

Il culmine delle sofferenze è stato raggiunto durante lo “sfollamento” quando, con l’avanzata degli alleati, la zona era diventata campo di battaglia. Intere famiglie, alcune con bambini piccoli, dovettero trasferirsi in luoghi più sicuri cercando di superare la linea del fronte verso la Valtiberina. Gli sfollati si spostavano a piedi, carichi di fagotti col necessario per sopravvivere, muovendosi di notte nei boschi e attraversando anche campi minati. Vi furono delle vittime. 

Noi abbiamo il dovere di mantenere la memoria di quei fatti lontani, sollecitando i giovani a meditare su quanto siano stati importanti 75 anni di pace in Europa.

La storia ci insegna che la pace non è una conquista definitiva, che si raggiunge una volta per tutte, ma richiede una cura costante dei rapporti internazionali per il suo mantenimento.

Ritengo invece preoccupante il clima culturale che, negli ultimi anni, sta montando in Italia e in Europa e che, per alcune espressioni e comportamenti, ricorda quello degli anni Trenta del secolo scorso. Non si può dire che siamo allo stesso livello, fortunatamente la situazione politica e sociale è diversa, ma la deriva culturale a cui assistiamo appare comunque pericolosa.

Io spero che, da parte delle giovani generazioni, vi sia una presa di coscienza e una reazione per invertire questa tendenza.

Cordiali saluti,                                                                                

Pietro Maccari

Un pensiero su “Lettera al Direttore

  1. Un racconto stringato, efficace. Davvero, c’è bisogno di far lievitare le esperienze del nostro passato, per tradurle in regole di buonsenso illuminate dai Principî della Costituzione Italiana.

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