Storia di un cane: Biagio

Mattina d’inverno al Poggio di Arsicci. Il vento ulula fuori e sembra portare via tutto. E’ musica… pura musica per le mie orecchie. Esco fuori di casa a prendere un po’ di legna, trovo un cane da caccia di mezza taglia, tutto affamato e ferito. Gli do da mangiare, lo metto sotto la loggia al riparo, mi annusa le mani, lo accarezzo, gli dico di star tranquillo e lui sembra capisca tutto. Gli metto una coperta e lascio la porta un po’ socchiusa per farlo sentire libero di andarsene. Mentre tutto accade, ritorno in cucina e sul divano davanti al focolare mi ritorna in mente Biagio, un cane Spinone che avevo più di venti anni fa. Biagio era un cane di mezza taglia, di pelo duro, grigio scuro con delle sfumature biancastre, gli occhi espressivi sotto folte sopracciglia. Era stato dello Zanelli della Pieve che poi l’aveva venduto al mio amico Walter, pittore veneto, come cane da tartufi.  Effettivamente qualche tartufo nero in superficie lo trovava, ma quello che più gli piaceva, era girovagare per i boschi libero e per i fatti suoi. Come carattere era coccolone, sempre a farti le feste, ma appena vedeva una catena diventava triste. Una volta, quando era ancora dal mio amico, si era mezzo impiccato cercando di liberarsi dalla catena. Sembra che sia rimasto due ore appeso così ad una rete… che pazzo cane. “Sto can ze mato… Ti ghe vol Piero… Te farà compagnia su al Montebotolino”. Io accettai contento perché Biagio mi piaceva… Forse un po’ mi somigliava come carattere. Lo portai su con me al Montebotolino. Lo vedevo, Biagio, era contento e ogni tanto durante il viaggio dentro la 127 rossa mi guardava come a chiedere: “Dove andiamo di bello?”. Abitavo a Montebotolino: un vecchio paese un tempo abitato da più di 100 persone. C’erano la scuola e la chiesa, svettante sopra una sporgenza della montagna. La mia casa un tempo era stata l’osteria, il bar o meglio il ritrovo di quella gente che visse lassù sulla montagna a 900 metri di quota. Sistemai Biagio con una coperta e una ciotola per il cibo, all’ingresso di casa. Lui era proprio una buona compagnia, mi sentivo protetto dalla sua presenza. Montebotolino, a parte me e Remo Bovicelli d’inverno non era abitato da altri… Biagio mi accompagnava dappertutto, su al Monte era un amico inseparabile e fedele. Un giorno, mi ricordo tagliavo un frassino a ridosso di un pendìo con l’accetta. Persi l’equilibrio e feci un volo di 3 metri giù per la scarpata. Mi trovai giù disteso sulla schiena e un gran dolore dappertutto. Non riuscivo più ad alzarmi per terra. Biagio venne giù da me. Prima mi dette 4 o 5 lecconi sul naso poi mi si infilò sotto il corpo e spingendomi con il muso all’altezza delle spalle mi fece rialzare, sia pure malconcio ripresi la strada di casa. Per fortuna niente di rotto… grazie Biagio. Arrivò la primavera lì al Botolino e tutto prendeva una forma nuova. Anche Biagio stava cambiando. Difatti, la sera si alzava in piedi dalla sua cuccia e mi guardava come se volesse dirmi qualcosa. Capii che lui voleva essere libero di uscire la notte e andare a scorrazzare dove più gli piaceva. Appena gli dissi: “Vuoi andare fuori?” lui impazzì dalla contentezza e poi schizzò via come un razzo verso i “misteri” della macchia. 

Ero di nuovo solo,  ma felice che il mio cane fosse libero. Così questo rito si ripeteva tutte le sere. Mi guardava e sbuffava sotto i suoi baffi biancastri di spinone, con un po’ di Lagotto nel sangue, pelo lungo duro e grigio, nere sopracciglia, baffi biancastri e due occhi birboni da cane libero. Schizzò via più felice di un carcerato messo in libertà. E così tutte le sere mi guardava immobile e sbuffava “puf puf”, sventolando i suoi baffetti bianchi. Io aprivo la mattina presto, lui ritornava e ci ritrovavamo a colazione come due vecchi amici. La montagna ed il paesaggio di Montebotolino sono stupendi, viste mozzafiato sopra la valle del Marecchia. Cinghiali, lupi, caprioli, falchi… Una volta mi sono imbattuto anche in un’aquila giù al Marecchia . Una mattina Biagio non ritornava come al solito e mi preoccupai. Cosa poteva essere successo? Lo chiamai con tutta la mia voce ma niente! “Ritornerà” mi dissi. Verso le 10 lo vidi arrivare malconcio, si trascinava solo con le zampe davanti perché aveva la pancia probabilmente squarciata, aperta da un grosso cinghiale. Sì, aveva tutto il ventre aperto per quasi tutta la lunghezza. Una brutta ferita lunga almeno 30 centimetri. Mi si accoccolò ai miei piedi distrutto. Gli pulii la ferita con dell’acqua, poi feci bollire per 10 minuti l’equiseto dentro un pentolino. Equiseto è un’ erba magica per le ferite, ricca di silicio, molto utile per la cicatrizzazione. Ripulita la ferita, avvicinai le due estremità lacerate dal dente del cinghiale e lo fasciai con una grossa e lunga benda di cotone ricavata da un lenzuolo, ma prima gli misi succo e filamenti di equiseto per tutta la lunghezza della ferita in abbondanza! Mezzo morto Biagio si fece fare tutto  questo senza protestare. Poi così fasciato si addormentò non molto lontano dal focolare. Per due giorni non si mosse quasi per niente, occhi quasi sempre chiusi, immobile. Al terzo giorno alzò la testa e mi guardò. Bevve un po’ di acqua, sembrava uscito da un brutto sogno. Controllai la ferita liberando la fasciatura… incredibile! Si era richiusa senza punti di sutura. (Miracoli delle nostre erbe). Per sicurezza lo rifasciai, mettendo altro succo di equiseto sopra la ferita con una fasciatura nuova. La sera del 3° giorno, Biagio mangiò qualcosa e si prese anche un bel po’ di coccole. Era salvo grazie a madre natura e a me che ci avevo creduto. Dopo una settimana riprese la sua vita da cane libero, continuando a scorrazzare per i boschi del Montebotolino, inseguendo cinghiali, caprioli, chissà anche combattendo contro volpi e lupi. Questa è una delle tante avventure vissute insieme a questo cane incredibile! Che più di una volta mi salvò in situazioni difficili. Alla prossima avventura. Ciao.

Pierluigi Ricci

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