C’era una volta…

Badia Tedalda, autunno 1929

Quello che mi accingo a raccontare sono alcuni miei ricordi dell’emigrazione dei nostri uomini nelle Maremme.

Nei nostri monti il lavoro era scarso; non tutti i capofamiglia avevano un lavoro stabile che durasse da gennaio a dicembre. Le famiglie erano quasi sempre molto numerose e quindi era indispensabile lavorare tutto l’anno.

La fine dell’autunno era segnato da tante partenze; si partiva con una piccola valigia di legno, pesantissima più da vuota che da piena perché gli indumenti che si mettevano in valigia erano solamente due paia di pantaloni, rigorosamente di velluto o fustagno (più resistenti), due maglie di lana di pecora, due camice di flanella a quadri e qualche paio di calze; immancabili gli scarponi di vacchetta che avevano sotto la suola le “bollette”, chiodi con una grossa testa, che impedivano di scivolare e li facevano durare più a lungo. Questo costituiva “il corredo personale”. Le altre cose che non dovevano mancare erano l’accetta, il pennato, la pietra per arrotolarle, il tutto ben avvolto in una stoffa di balla. Non vi ho ancora detto quello che andavano a fare nelle Maremme, ma penso che lo avrete già capito: andavano a tagliare il bosco. Ma non avevano la motosega, magari! Quanta fatica si sarebbero risparmiati!

La moglie e i figli che rimanevano a casa avevano tutto ciò che serviva per il loro sostentamento, attendevano pazientemente il ritorno della primavera e con essa quella dei loro cari. L’approvvigionamento per poter passare l’inverno tranquillamente consisteva in patate, farina di grano e granoturco e fagioli. Si uccideva il maiale che veniva sezionato e forniva la carne per tutto l’inverno. Tutti avevano conigli e polli, così gli uomini potevano tranquillamente emigrare, perché i loro cari erano al sicuro in casa, chiusi a volte per settimane o mesi perché la neve li isolava dal mondo durante il lungo inverno.

Nel 1929 un padre portò con sé nella Maremma Toscana anche il figlio di appena nove anni. Quell’anno il bambino non frequentò la scuola e partì con il padre e altri compagni; lui, piccolo bambino, non sapeva in cosa consisteva il suo lavoro e non andava certamente a cambiare aria. Era felice: il viaggio, il treno… per lui erano l’avventura. Arrivarono alla stazione di Orbetello e da lì subito in marcia verso il bosco. Per trascorrere la notte dovevano prepararsi la “casa”. Era una capanna costruita con rami molto grossi che venivano messi in cerchio e legati alla sommità; venivano poi ricoperti di frasche e sopra di esse venivano poste delle piotte, quadrati di terra ed erba che servivano ad impermeabilizzare e coibentare la struttura. Al centro c’era un foro che permetteva la fuoriuscita del fumo. All’interno, veniva fatto un grande fuoco che serviva sia per cucinare sia per scaldarsi al ritorno dal lavoro. Finito di costruire la capanna, una cena frugale, poi tutti a dormire in cerchio con i piedi verso il fuoco, stanchi per il lavoro e per il viaggio. In pochi minuti tutti gli uomini dormivano saporitamente, ma il piccolo bambino, molto impaurito, stava abbracciato al babbo e ascoltava i rumori della notte: il canto degli uccelli notturni, il grugnito dei cinghiali, il fruscìo delle foglie. Dopo una notte insonne, all’alba, tutti in piedi. Il freddo era pungente. Gli uomini cominciarono a tagliare il bosco; il rumore delle accette era come una musica, il ritmo era costante. Il lavoro andava fatto velocemente, il bosco da tagliare era tanto e a primavera doveva essere tutto finito. Si riscuoteva e si tornava a casa dai propri cari, stanchi ma felici per il frutto del proprio lavoro. Non vi ho ancora detto qual era il compito del bambino: doveva andare a prendere l’acqua alle sorgenti sparse nel bosco e portarla ai boscaioli. Il recipiente in cui doveva mettere l’acqua era una grossa fiasca portata a tracolla e rivestita di vinco che permetteva all’acqua di rimanere fresca. Poi doveva raccogliere dei rami che sarebbero serviti per fare il carbone. Mani esperte costruivano le carbonaie, dove a fuoco morto si trasformava la legna in carbone e carbonella. A mezzogiorno uno degli operai lasciava il gruppo e andava a preparare il pranzo per tutti. Accendeva il fuoco, sopra ad esso un grande paiolo e dopo pochi minuti una grande polenta fumante era pronta per sfamare tutti; era condita con un po’ di formaggio di pecora e un pezzetto di aringa. La sera, il menu cambiava. In una grande padella di ferro veniva messo un po’ di lardo battuto, un po’ di cipolla, un po’ di conserva; poi la padella veniva riempita di acqua, pepe, sale; si faceva bollire qualche minuto. Il contenuto era messo in un recipiente cupo dove era stato affettato del pane. Il tutto veniva coperto con la stessa padella e quando il pane era ben bagnato veniva servita l’acquacotta: questo il suo nome. Sopra un’abbondante grattugiata di pecorino non mancava mai. Per lavarsi, una sciacquata nei ruscelli mentre il sabato veniva scaldata un po’ d’acqua nel paiolo e, fuori al freddo, ci si dava una lavata un po’ più approfondita, fra brividi e nostalgia di casa. Tutto questo avveniva sia nella Maremma Toscana sia in quella Romana, dove i nostri emigranti hanno fatto anche le bonifiche che hanno reso fertili i terreni paludosi, salubre l’aria consentendo di debellare malattie come la malaria. Prima della bonifica, molti nostri paesani ne furono colpiti poiché compariva saltuariamente e si curava solo con il chinino. Ora la Maremma è tutta bonificata, il terreno è molto curato, ci sono grandi uliveti, frutteti, campi lavorati e coltivati a grano. La Maremma è un vero giardino. Non è più quella “Maremma Amara” cantata dai nostri emigranti. Nelle parole di quella canzone c’è tutta l’amarezza e il dolore di quel periodo. Molti nostri paesani si sono spostati laggiù e infatti moltissimi cognomi sono delle nostre parti. Sono partiti ragazzi e non hanno mai dimenticato il loro paese, le loro montagne e ogni estate tornavano sempre a trovare parenti e amici. Ora che la vita non è più come allora ma molto più agiata non bisogna dimenticare chi ha sudato sangue per farci avere tutto questo. Non vi ho detto il nome del bambino che a nove anni partì per questa avventura. Il suo nome era Otello, l’amore della mia vita.

Pasquina Milli

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