Note sulla fortificazione scomparsa di Cocchiola

A distanza di anni dalla pubblicazione sulle fortificazioni nel Comune di Badia Tedalda ed in considerazione dei notevoli lavori di sterro per la posa del metanodotto che interessano vari crinali del badiale, compreso il Monte Cocchiola, mi pare opportuno riflettere ancora sulle fondamentali vicende, per esprimere nuove considerazioni, relative alla fortificazione di Cocchiola, presente nella documentazione medioevale ma di cui rimangono scarne tracce materiali.

Veduta dal Sasso di Cocchiola, a quota 930 m slm

Cocchiola appare citato per la prima volta nel 1257 quando, intraprendendo una politica di espansione del Comune aretino, il vescovo di Arezzo Guglielmino Ubertini pone sotto controllo anche parte della Massa Trabaria; il documento del 1257, contenente patti di concordia attesta l’esistenza, consolidata, di alcuni insediamenti, anche fortificati, con le loro pertinenze e aggregati minori da essi dipendenti. Pertanto otto località della Massa Trabaria occidentale, sostanzialmente coincidente con il Badiale, in forza del trattato intervenuto tra il comune di Arezzo ed i Massani, dovevano essere restituite al detto Comune e precisamente “castri Abbatie Tedaldi, Cokiole, sancti Paterniani, Fresciane, Caprilis, Arsicci, Montisbottolini, Roselle (sic) et villarum et curiarum earundem manualiter”. Già questo documento, oltre che far trasparire come questi centri costituissero un unico blocco di interesse, sottolinea come gli stessi costituissero territorialmente un unicum. Un documento successivo di qualche anno, 1264, palesa che, di fatto, i Rofellani, promettendo fedeltà a tal Domenico Leti da Cocchiola, si rimettono all’Abbazia dei Tedaldi impegnandosi a difenderne i diritti. Da tale promessa discendono pertanto obblighi non soltanto in favore dell’Abbazia ma anche al comune ed università dei castelli della medesima Abbazia di cui il citato Domenico ne diveniva sindaco e comunque riferimento istituzionale. Alcune tra le località rivendicate anni prima dagli Aretini, allora, entrano nell’ègida del Monastero dei Tedaldi, ed il complesso di castelli dell’Abbazia appare costituito, in quest’anno, oltreché dalla medesima Abbazia fortificata dei Tedaldi – ovvero il già nominato “Castrum Abbatie” – dal “castrum Sancti Paterniani, castrum Cuchiolis, castrum Caprili”.

Sasso di Cocchiola, la struttura muraria di sommità disposta in senso est-ovest

E’ pertanto ipotizzabile che, in questi anni, anche Cocchiola, qualificata dal documento come “castrum”, potesse disporre di una fortificazione, o postazione fortificata, al pari delle altre località nominate che diventeranno lo zoccolo duro del compendio facente capo all’Abbazia in fase di espansione, economica e territoriale, già dal momento della reggenza dell’abate Tedalgrado.

Interessante, inoltre, un documento del 1281 con cui si concede a livello una porzione di terreno posta “nella corte del Castel di Cocchiole in loco qui dicitur Sotto il Sasso di Cucchiole”. 

Dal punto di vista topografico ed amministrativo sembrano delinearsi, due distinti nuclei presso la “curtis Cuchiolis” (1296) in cui insiste il “castrum Cuchiolis”: il centro abitato e destinato allo sfruttamento agricolo e, a poca distanza, la postazione militare, come è possibile constatare per altre similari realtà.

E’ verosimile, identificare una zona libera ed aperta e destinata alla coltivazione, come indicano anche ulteriori citazioni di appezzamenti terrieri, posta genericamente “nella corte di Cocchiola”, con terreni coltivi rivolti a sud e, secondo il documento, in particolare al vocabolo “Sotto il Sasso di Cucchiole”, ove ancor oggi si trova un ampio plateau destinato alla coltivazione. In quest’area potevano trovarsi l’aggregato abitativo di Cocchiola, le strutture agricole e le loro pertinenze; un’area segnata anche dall’antica direttrice viaria che proseguiva, lungo il crinale, sino al Sasso per biforcarsi e puntare verso Badia Tedalda o Fresciano; percorso parzialmente poi ricalcato dalla “Via Regia” granducale di cui, recentemente, potrebbero essere riaffiorate le tracce. Il documento, comunque, mette in luce anche l’importanza toponomastica del blocco roccioso del Sasso di Cocchiola, un modesto scoglio marnoso posto a quasi 930 m. slm, denominato, appunto “Sasso” come per sottolinearne l’autonomia, dal vicino Monte di Cocchiola, in ragione delle caratteristiche geomorfologiche. 

Sasso di Cocchiola, veduta globale del fronte nord della struttura muraria

Del resto giova ipotizzare per il particolare toponimo (nelle forme Cokiole, Cucchiole, Cocchiola) come possa trovar attinenza, sotto forma di vezzeggiativo relativo alla sua esiguità, il riferimento ad un evidente sperone litico, una “altura rocciosa tondeggiante”, quasi “cocuzzolo”, frequente nei vari oronimi come ad esempio il Monte Cucco, nell’Appennino Umbro-Marchigiano, o il Monte Cucco nella valle del Bidente non lontano dal Monte Fumaiolo.

Sul Sasso, posto a poca distanza dalla più bassa località Cocchiola, doveva insistere la struttura fortificata, in senso stretto, deputata principalmente sia alla sorveglianza del territorio circostante, sia della “curtis” di Cocchiola che delle finitime, nonché alla difesa in caso di emergenza militare; pare ulteriormente chiaro il rapporto con la viabilità di crinale e di fondo valle. La costruzione di una postazione fortificata, poco distante dal centro abitato, sulla sommità del Sasso a picco sulla vallata sottostante, non poteva che sfruttare la felice situazione naturale accentuata da ripidi dirupi marnosi. Prova ulteriore dell’intrinseco potenziale strategico del Sasso è il fatto che lo stesso divenne sede di alcune postazioni della Wehrmacht, lungo la Linea Gotica. Infatti, sebbene le pendici del Sasso siano palesemente interessate dalle opere a secco o in terra delle trincee della Wehrmacht, il fronte nord della sommità evidenzia una struttura muraria più antica. 

Si tratta di un segmento di muratura realizzato in blocchi marnosi di medie dimensioni, caratterizzati da sottili strati di legante e ben distribuiti a filaretto, che corre sostanzialmente in senso est-ovest. La porzione ancora leggibile misura quasi sette metri e fuoriesce dal terreno per circa mezzo metro; è probabile che la stessa prosegua in profondità sino allo scoglio basamentale; le pietre cantonali si sono dissolte nel tempo e dunque non è possibile precisare, allo stato, se il tratto murario potesse prolungarsi alle estremità, nei limiti dei confini dell’esiguo piano sommitale. Potrebbe trattarsi verosimilmente, in ragione di confronti con i resti di limitrofe similari strutture nonchè della posizione a picco sulla ristretta cresta rocciosa, dei resti di un lato di una torre quadrangolare o di un significativo edificio turriforme. 

Questa appare l’ipotesi più plausibile se si confronta la dimensione del tratto murario rinvenuto con quelli delle altre torri quadrangolari del badiale; ciò a meno che non si intenda supporre trattarsi di un tratto di cinta muraria, poco probabile o giustificabile nel contesto descritto. Degli altri –eventuali- tre fronti, ad un esame di superficie, non appaiono tracce se non i segni di un’area rilevata distinta dal limitrofo terreno posto a quota inferiore che potrebbe sottendere l’esistenza di ulteriori resti della struttura. Ma, allo stato attuale, ogni ulteriore speculazione rimane tale.

Resta da dire che, al di là delle ulteriori vicende storiche di Cocchiola da cui emergono nomi e personaggi anche nella documentazione tardo medievale, una mappa dei luoghi del badiale, relativa al secolo XVI, segnala “Chuchiola destructo”, forse con riferimento alla sola struttura militare, uno dei tanti possedimenti dell’Abbazia che, dopo il passaggio di Arezzo alla dominate Firenze e quindi dopo il declino dei Tarlati e dei Faggiolani, passò a Firenze in una ottica di unitarietà territoriale. Il sito dovette essere ulteriormente sconvolto dagli interventi per le citate trincee mediante scassi e spietramenti con conseguente riutilizzo dei conci. Da non dimenticare inoltre la potente azione dei terremoti che si sono, a più riprese, abbattuti sull’Alpe della Luna, stimolando frane e smottamenti del terreno. 

Dunque, se si intende conservare la memoria dei luoghi che hanno fatto la storia, compatibilmente alle esigenze del progresso e dell’oggi, come già aveva stigmatizzato Leo Drouyn, erudito e studioso delle fortificazioni girondine, alla fine dell’Ottocento, “dobbiamo affrettarci, perché le rovine si stanno accumulando; il tempo distrugge e gli uomini doverosamente aiutano il tempo”.

Simone De Fraja

Immagine in copertina: Simone De Fraja, Sasso di Cocchiola, profilo di rilievo; si notano la parete rocciosa, la sommità e la cuspide interessata dalla struttura e le pendici nord segnate da profondi avvallamenti

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