Le veglie all’Ospizio di Pratieghi

Quella vecchia strada che tagliava Pratieghi in longitudine, per poi indirizzarsi verso Colorio e  Le Balze, aveva come estremo riferimento a nord un austero edificio in muratura, ben squadrato, solido, sviluppato su tre piani, con il fienile adagiato sul lato destro, come una torre di guardia, quasi a difesa e vigilanza delle altre abitazioni che si snodavano lungo l’asse della medesima strada: l’Ospizio dei frati minori francescani, meglio conosciuto come l’Ospizio dei frati della Verna. Incerta ne è la data di edificazione, ma sappiamo con certezza che nel 1695 l’Ospizio già esisteva, perché un documento dell’Archivio Conventuale della Verna ci dice che, in tale data, furono spesi 9  “paoli” per il trasporto di 3 some di vino e altri materiali dal Convento di Verucchio all’Ospizio di Pratieghi.

Illustrazione di Mario Bonaccini

I lettori avranno modo di conoscere tutti i particolari storici, artistici, fisici e geografici su Pratieghi e il suo Ospizio, in una prossima pubblicazione dell’amico Massimo Gugnoni, nel suo secondo volume della collana “Alta Val Marecchia“,  dal titolo “Caprile- Fresciano- Pratieghi- Sorgenti del Marecchia“. Purtroppo, nell’Ottobre del 1991, l’Ospizio venne ceduto a privati, ma i frati vollero celebrare il loro addio a Pratieghi con una bella cerimonia, prima nella chiesa parrocchiale, poi con un pranzo al Ristorante Bardeschi, dove  erano stati invitati tutti i benefattori. Il cattivo tempo non facilitò “l’afflusso della gente”, come si era sperato e come si legge nelle cronache d’archivio alla Verna. Ad oggi l’Ospizio è stato inserito nelle tappe del progetto “I cammini di Francesco” e i pellegrini, i viandanti, i camminatori in genere che vorranno transitare da Pratieghi, ne troveranno le mura ancora intatte, con il pozzo, l’orto, l’edicola accanto, le numerose piccole finestre che tuttora vigilano sul paesaggio e il vicino fiume Marecchia. Nel mio breve intervento su queste pagine, voglio solo ricordare certe magnifiche serate passate con gli amici e i frati presso l’Ospizio di Pratieghi, per non fare precipitare verso l’estrema soglia del mai,  o addirittura nell’oblio più profondo, sensazioni, emozioni, passioni, speranze e memorie che solo in gioventù, l’età più bella della vita, si possono provare. In compagnia di don Nevio, o don Enzo, o don Giuliano, noi ragazzi di Pratieghi ci ritrovavamo, talvolta, con fra Alipio, o fra Orazio, intorno al grande focolare rialzato dell’ Ospizio, seduti sulle panche che fra Luciano aveva costruito con tanta maestria e diligentemente piallato.  Si potevano gustare le bruschette condite con l’olio che proveniva dall’Ospizio di Selci Lama,oppure le buone caldarroste che la Tonina del Maggi ci aveva cotto in padella sulla fiamma del focolare stesso.

Particolare dell’Ospizio di Pratieghi

E si giocava, si parlava, si rideva, si sognava e si sperava, come se il mondo non finisse né al Vivaio, dove il sole sorgeva, né ai Roggi, dove il sole tramontava. Ancora non sapevamo che, diventati più grandi, avremmo scoperto il tempo della solitudine e persino quello del limite del tutto: la moltiplicata indifferenza degli anni a venire ci avrebbe condotti alla consapevolezza che la vita non ha senso se non abbiamo più un paese, un amico, una casa, una data da ricordare. Le serate all’Ospizio, in quella spensieratezza piena e semplicità disarmante, quasi ci rendevano coscienti di ricercare in noi stessi la vera felicità della vita. La ruggine del tempo non ha scalfito, né cancellato, il ricordo delle emozioni provate in quelle allegre brigate. Ora che l’Ospizio è rimasto vuoto, destinato ad altre funzioni, forse a Pratieghi siamo rimasti in compagnia di un’assenza e ci chiediamo se ne è valsa la pena di avere faticato tanto nei nostri anni, nelle nostre peregrinazioni, per poi andare dove? Il ritorno del ritmo che regola da sempre le nostre alterne vicende, anche quelle tristi, ci fa apprezzare maggiormente il dolce sogno della vita. Il silenzio impressionante che ho sentito in questi giorni tornando alla “Casa dei frati“, all’orto dei frati, tra le foglie secche degli alberi, i fili d’erba, le pozze d’acqua stagnanti, i sassi muschiosi, l’orizzonte  del Castagnolo mutevole e pur sempre uguale, il cielo di Pratieghi solo in apparenza impassibile, immobile e remoto, tutto insomma mi ha fatto ripensare che questa terra ha dato alla vita il sudore, le fatiche e il sangue di tante generazioni, ma anche le felici serate, segnate da desideri, speranze e sogni, trascorse da noi ragazzi con gli amici frati. E’ ora il tempo di ricomporre il tessuto lacerato delle cose e di ricucire, con infinita pazienza di dedica, l’ordito mirabile che è la trama vivente delle anime.  Tutto questo è dedicato a chi a Pratieghi è nato e cresciuto, poi si è allontanato, ma non scappato, e sempre ritorna.           

Omero Petreti

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