L’economia circolare

Si è già parlato, su questo giornale, dei punti di raccordo tra i modelli innovativi dei processi industriali e i metodi di lavoro tipici della civiltà contadina, espressione di una cultura di vita, consolidata nei secoli, poi rapidamente scomparsa con lo straordinario sviluppo dell’industrializzazione e lo spopolamento delle campagne e dei borghi.  

Vorrei soffermarmi ancora su questo argomento.

La Commissione Europea, con il Recovery Plan, ha assegnato all’Italia 69 miliardi di euro sulla missione: rivoluzione verde e transizione ecologica (green deal). In questo ambito, una quota consistente riguarda la cosiddetta economia circolare, argomento che sta diventando di grande attualità.

Su questo settore di attività la C.E. ha fissato obiettivi economici ambiziosi e ha stimato la possibile creazione in Europa di 700.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030*.

L’economia circolare viene definita dagli accademici come un sistema economico che può rigenerarsi da solo, assicurando la propria ecosostenibilità. Esso prospetta un rapporto corretto uomo-ambiente, che possa arrestare il degrado attualmente in corso. 

Tale sistema comporta importanti cambiamenti sul nostro stile di vita e sui modelli di consumo.

L’economia circolare si contrappone all’economia lineare, modello che da oltre mezzo secolo è prevalente nelle società industrializzate, come organizzazione produttiva e sistemi di vendita di beni materiali di consumo.

In sintesi, l’economia lineare consiste nell’estrazione delle materie prime e nella loro trasformazione in prodotti, che dopo l’uso diventano rifiuti da smaltire. Lo stesso vale per la produzione di energia da fonti non rinnovabili. 

Da molti anni nella nostra società, i consumi sono orientati sempre più verso prodotti usa-e-getta, da acquistare in quantità sempre crescente.

Con la globalizzazione questo comportamento dei consumatori, oltre alle deleterie conseguenze per l’ambiente, ha avuto (e continua ad avere), un impatto negativo sull’economia nazionale e sull’occupazione. Infatti gli acquisti, da parte di individui e famiglie, riguardano in maggioranza prodotti, spesso di scarsa qualità, fabbricati in paesi a basso costo del lavoro, a scapito dei prodotti nazionali.  

Questo sistema economico non è sostenibile nel lungo periodo. Ad esso va aggiunto anche il degrado culturale di una società che subisce la pressione dei mezzi di comunicazione, finanziati dalle grandi società produttrici globalizzate, per orientare i consumi e creare artificialmente nuovi bisogni.

In alternativa all’economia lineare, quella circolare prospetta un sistema ecosostenibile, i cui criteri base, essenzialmente, sono:

  • produzione di oggetti con ciclo di vita più lungo, progettati e costruiti per durare, che possano essere riparati e riconvertiti;
  • prevalente uso di materiali riciclabili, per i prodotti e relativi imballaggi, con conseguente riduzione dei rifiuti;
  • risparmio di materie prime e di energia nel processo produttivo, a fronte di un maggior impiego di ore di lavoro;
  •  eliminazione degli sprechi.  
Grafico tratto da: http://www.europarl.europa.eu

Molti esperti di scienze economiche e sociali, di ogni parte del mondo, da alcuni decenni, si sono esercitati nello studio di questa materia e sono state istituite varie fondazioni di ricerca, con mobilitazione di importanti risorse finanziarie. Alcuni di questi studiosi sono stati definiti inventori dell’economia circolare.

Il mio parere è che non sia stato inventato niente di nuovo sull’argomento: sarebbe bastato studiare i sistemi di vita e di lavoro nelle nostre campagne fino a 70 anni fa, per arrivare alle stesse conclusioni! Perché i concetti base sono gli stessi, ovviamente in contesti sociali e tecnologici diversi.

Ma allora si caldeggia un ritorno all’antico, alla vita dura e di ristrettezze dei nostri antenati?

Niente affatto

Oggi il contesto sociale è molto diverso, fortunatamente, ed è possibile utilizzare le moderne tecnologie per ottimizzare i metodi di lavoro e l’efficienza produttiva, con conseguente miglioramento della vita dei lavoratori.

Il riferimento al passato riguarda il collegamento con le nostre radici che si è perso negli ultimi decenni, con l’importazione di modelli comportamentali estranei alla cultura genuina delle nostre popolazioni. 

Un altro obiettivo della economia circolare è quello di preservare e valorizzare le specificità locali di ogni regione, in contrasto con la standardizzazione dei consumi. 

I fondi europei relativi al green deal coprono molti settori e alcuni finanziamenti potrebbero sostenere il rilancio dell’economia nelle zone rurali spopolate, compresa la nostra, con lo sviluppo di un’imprenditoria diffusa, specialmente giovanile, che operi con criteri moderni. 

Penso ai settori dell’agricoltura specializzata e biologica, la riqualificazione dei boschi, l’allevamento all’aperto e la lavorazione di carni pregiate (mi viene in mente,  con nostalgia,  la norcineria tradizionale di alta qualità), come avviene in altre zone d’Italia con caratteristiche simili alla nostra, per esempio in Umbria.

È un’occasione eccezionale e probabilmente irripetibile per decenni. 

Sarebbe veramente un peccato sprecarla.

Pietro Maccari

*Agenda 2030
L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, SDGs – in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni: i Paesi, infatti, si sono impegnati a raggiungerli entro il 2030.

Gli Obiettivi per lo Sviluppo danno seguito ai risultati degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che li hanno preceduti, e rappresentano obiettivi comuni su un insieme di questioni importanti per lo sviluppo: la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni. ‘Obiettivi comuni’ significa che essi riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui: nessuno ne è escluso, né deve essere lasciato indietro lungo il cammino necessario per portare il mondo sulla strada della sostenibilità.

Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile.

  1. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo
  2. Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile
  3. Assicurare la salute e il benessere per tutti e tutte le età
  4. Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti
  5. Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze
  6. Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie
  7. Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni
  8. Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti

9. Costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

10. Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

11. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili

12. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

13. Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico

14. Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

15. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre

16Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile

17. Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

Per approfondimenti: https://unric.org/it/agenda-2030/

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