Pagine d’autore. La nostra terra nelle opere di Paolo Toschi

(seconda parte)

LE NOZZE

I soggiorni estivi di Paolo Toschi a Viamaggio sono stati momenti di serenità e riposo, ma l’instancabile passione per la ricerca antropologica dello studioso ha trovato nel territorio e nella gente di Badia Tedalda uno scrigno prezioso di usi, costumi e tradizioni da conoscere, preservare dall’oblio, custodire. Siamo nei primi decenni del ‘900 quando il Professore (così veniva chiamato dalla gente del posto) si trova presente ad un matrimonio. Non è dato sapere se fosse tra gli invitati, ma la descrizione che fa di ogni particolare dell’evento, lo fa supporre. Così, attraverso le sue parole, torniamo indietro nel tempo per ricordare o, se si è giovani, per conoscere le usanze dei nostri più lontani nonni. La cerimonia nuziale si celebra nella chiesa abbaziale di Badia Tedalda. Al termine, un piccolo corteo di invitati esce all’aperto. A due a due, gl’invitati, a braccetto, col gruppo delle donne prima e gli uomini dietro1 e infine gli sposi … Appartati, a lato della strada,  un gruppo di giovani attende e, appena giunge il corteo, spara in aria con il fucile, fanno i tonfi. Lo sposo si avvicina e col gesto di chi semina il grano lancia una manciata di confetti. Poi il piccolo corteo si avvia lungo sentieri sassosi e mulattiere verso la casa della sposa. I più anziani si distinguono perché portano con sussiego il vestito nero della moda di quarant’anni fa, che rinnovarono il dì delle loro nozze, che indossano solo nelle circostanze solenni e che ripongono poi accuratamente perché con quello la loro donna li vestirà sul letto di morte; i giovani invece scherzano rumorosamente. Lungo il tragitto incontrano una casa di contadini, amici della sposa.  Sull’aia li attende il capoccia con i i figli: chi regge in mano il fiasco del vino, chi vassoi con bicchierini o zuccherini … i ragazzi intanto hanno acceso dei falò di rovi e di ginepri secchi: la fiamma crepita e rugge. Dopo aver bevuto e riempito le tasche dei ragazzi di confetti, il corteo ringrazia e prosegue. È solo la prima tappa a cui ne seguono altre e la scena si ripete. Gioiosamente tutti desiderano fare gli auguri agli sposi: li hanno conosciuti ragazzi, li hanno avuti compagni di lavoro nella mietitura, nella battitura, in tutte le grandi fatiche della campagna. Giunti alla casa della sposa, li attende sulla soglia la madre, commossa. Si rinnova la sparatoria: sul ciglio dell’aia, gli uomini imbracciano i fucili e li spianano verso la valle perché il rimbombo festoso giunga fino a quei poggi lontani. Subito ha luogo il rinfresco: nella cucina fumosa e grande, lungo una tavolata che non finisce mai, si siedono gli invitati, mentre gli sposi stanno in fondo, al posto d’onore. Caffelatte, panini, zuccherini, ciambelline, fette di pasta dolce, tutte cose preparate in famiglia e cotte nel forno di casa…. tazzine di cioccolata, di caffè, e bicchierini di vermouth e di liquori che tutti trangugiano con grande impegno … A un tratto, sotto il pavimento fatto di tavoli, nel punto dove siedono gli sposi, rimbombano tonfi, sparati da alcuni giovanotti nascosti nella stalla sottostante. Ne segue un gran trambusto, ma il rinfresco procede fino  all’ultima portata tra l’allegria generale. Poi il corteo si ricompone per avviarsi alla casa dello sposo dove, sull’ultimo gradino della scala esterna con cui si sale in casa, stanno i due vecchi genitori. All’improvviso, sbucano da una siepe due ragazzi che tendono un nastro attraverso il sentiero: per gli sposi è l’ultimo ostacolo da superare. Così vuole un’antica usanza. Una manciata di confetti e il laccio viene subito abbassato. La sposa è adesso dinanzi alla suocera a cui rivolge la frase di rito:

-Siete contenta che io entri in casa vostra?

-Entrate pure!

La domanda viene ripetuta al padre che, già pronto con il vinsanto, lo mesce alla sposa, rincuorandola: –Vieni, vieni, e intanto bevi qui Via via tutti gl’invitati fanno un generoso assaggio del vinsanto: è l’aperitivo per il pranzo, per il grande pranzo di nozze che durerà dalle due alle sei di sera con un elenco interminabile di portate. Tra un piatto e l’altro, ecco lanci di confetti rivolti soprattutto agli sposi. Il vino aumenta l’allegria e l’atmosfera si fa sempre più ardita e gioiosa. Ad un tratto il vecchio capoccia, fa cenno di fare silenzio e, rivolgendosi ai più giovani, li sfida iniziando a cantare un’ottava. C’è subito chi risponde con un’altra ottava. È un susseguirsi di canti, uno più incalzante dell’altro, tra gli applausi di tutti i presenti. Il sopraggiungere delle varie portate interrompe ogni volta la sfida, che riprende poi con maggior energia. Le ottave sono di complimento agli sposi, alle cuoche, alla casa che li ospita. Il vino esalta gli spiriti, le ottave si fanno sempre più ardite e confidenziali … è la poesia di una razza sana e robusta, che aderisce completamente alla vita Finito il pranzo, arrivano altri invitati col suonatore di fisarmonica: le tavole si sgombrano: le coppie cominciano a ballare vorticosamente … Verso la mezzanotte gli sposi si ritirano, ma il ballo continua fino all’alba. Al canto dei galletti, la festa ha termine e tutti ritornano, tranquilli, al lavoro dei campi.

(continua nel prossimo numero)

Marta Bonaccini

1 – I brani in corsivo nel testo sono tratti da: Paolo Toschi, Poesia e vita di popolo, Ed. Montuoro, 1946

Paolo Toschi

Paolo Toschi (Lugo, 8 maggio 1893 – Roma, 1974) è stato un accademico, filologo e storico della letteratura italiano, noto soprattutto come studioso di letteratura folcloristica.

Compì gli studi liceali a Faenza diplomandosi nel 1911 con Licenza d’Onore (cioè con una media superiore ai 9/10).

Frequentò l’Università di Firenze, alla Facoltà di Lettere, dove ebbe come maestri, tra gli altri, Guido Mazzoni e Pio Rajna. Si laureò con quest’ultimo nel 1919 con una tesi su La poesia religiosa del popolo italiano. Dal padre, Toschi aveva ereditato la passione per la poesia popolare religiosa.

Nel 1933 iniziò ad insegnare all’Università La Sapienza di Roma. Nel 1938 divenne professore ordinario di Storia delle tradizioni popolari; tenne la cattedra fino al 1968, quando compì 75 anni.

Fu direttore della rivista di studi demo-etno-antropologici “Lares” dal 1949 alla morte.
Insieme a Francesco Balilla Pratella, Paolo Toschi è considerato il folclorista romagnolo più noto in ambito nazionale.

In copertina: Ritratto di Paolo Toschi

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