Caprile e i suoi vocaboli

Caprile si affaccia sull’incipiente vallata del Marecchia. La prima menzione del luogo è del 967, ed è noto per aver fatto parte della estesa foresta della Massa Verona, la cui funzione economico–produttiva risiedeva nelle estensioni boschive che fornivano i travi per la fabbrica di San Pietro. Citato come limite confinario del ”forestum de Caprile”. Nel 1257 Caprile è indicato come castrum, nel 1291 vi si attesta la presenza di uomini. Dal 1294, assieme ad altri insediamenti fortificati del territorio, rientra a far parte del Comune di Badia Tedalda. Ed è anche sede di un Hospitale per il ricovero non solo dei bisognosi, ma anche di chiunque, pellegrini o viandanti, attraversa gli appennini e abbia necessità di riparo o alloggio. Nel 1489, entra sotto la giurisdizione della Repubblica Fiorentina. Nulla rimane dell’antica fortificazione, se non qualche esile traccia di pietrame cementato nel luogo dove sarebbe potuta sorgere la torre, individuabile sulla sommità del promontorio, prossimo al nucleo abitativo localmente denominato “Il Castello”. 

Il toponimo Caprile è comune in diverse aree montuose ed è in relazione al mondo animale (presenza di capre). Caprile si compone di vari vocaboli, tra cui Arsicci e Terensauro. Sorge in prossimità della riva sinistra del Marecchia: in questo punto, quasi incavato nella roccia, una caratteristica che lo assimila alle vicine località Fresciano e Pratieghi. 

La chiesa, dedicata a San Bartolomeo, è staccata dall’abitato e si erge quasi a picco sull’alveo del fiume. Al suo interno ha tre altari. Sopra il maggiore, un crocifisso ligneo (180 x 170 cm) cinquetencesco, l’altare della Madonna della Cintola, l’altare in onore di S. Lucia (per la ricorrenza della Santa, 13 dicembre, solenni cerimonie religiose con partecipazione di fedeli da tutta la vallata). Interessanti i dipinti su tela del XVII secolo e uno del XVI secolo, copia di un dipinto di Raffaellino del Colle. L’originale si trova nella chiesa della Madonna delle Grazie di Sansepolcro, il cui centro urbano è dipinto sullo sfondo del paesaggio. Sul campanile, una campana in bronzo del XVII secolo dedicata al Patrono e una la cui tipologia è riferibile al Quattrocento.

La Marecchia

La Marecchia

La località è declinata al femminile, la Marecchia, così come gli abitanti della zona declinano allo stesso modo l’omonimo fiume. Il nome è relativamente recente, in quanto nelle mappe del 1826 essa è indicata come La Macchia (nome originato dalla presenza di macchie boscose). 

Il nucleo di case principale sorge sull’incrocio stradale; è ipotizzabile che lo stabile situato sul modesto colle soprastante, a poche decine di metri di distanza, dominante la confluenza tra i due corsi d’acqua e al riparo dalle piene, abbia dato origine alla località. Nei primi decenni dell’Ottocento sia i fabbricati nella piana che quello sul colle appartenevano ad un’unica famiglia, i Ricci. L’edificio principale possiede un vecchio forno che un tempo sfornava il pane per l’intera comunità. 

La stradina in salita a fianco delle case, che conduce all’edificio soprastante, era la vecchia strada, una semplice mulattiera, che conduceva alla soprastante località Il Poggio e quindi ad Arsicci. L’attuale ponte sul Marecchia (mt. 698 s.l.m.), in cemento armato e laterizio, fu costruito nel 1951 in contemporanea alla strada Pratieghi – Passo di Frassineto – Svolta del Podere, mentre prima di allora veniva effettuato il guado del fiume. 

Il Poggio

L’origine del luogo parrebbe antico, già rappresentato in una mappa cinquecentesca non datata del territorio di Badia, nella quale vi sono raffigurate alcune case sparse denominate Arsicci, comprendenti probabilmente anche il Poggio. Nel 1826 tra le famiglie possidenti, oltre ai Ricci, proprietari anche di una parte del grande immobile centrale della frazione, vi erano i Comandi, i Magalotti e i Pistelli. 

Poggio d’Arsicci – Foto di Graziella Novelli

Come in tutte le frazioni dei dintorni, nel 1944 alloggiarono in diverse case e capanni truppe tedesche e slovacche addette alla costruzione della linea gotica, delle quali rimase un’inusuale memoria per via di un grammofono lasciato da due slovacchi in casa Pari. 

Arsicci

Insediamento rurale lungo l’antica direttrice che collegava, attraverso il passo di Frassineto, Pieve Santo Stefano e la valle del Tevere con quella del Marecchia.

Arsicci – Foto di Graziella Novelli

Raccolta e graziosa località di Arsicci, distesa su un sobrio poggio con una attraente visuale sulle boscose aree circostanti. La frazione conserva la semplice, ma caratteristica predisposizione urbanistica comune alle località vicine, con case in pietra, per la maggior parte restaurate e perfettamente inserite nel paesaggio. Sorgono raggruppate lungo le poche vie che compongono l’abitato. Un tempo l’unica via asfaltata nel paese (ancora oggi visibile), era la principale via che scendeva raggiungendo Caprile da un lato (piacevole passeggiata tuttora percorribile a piedi) e il Poggio di Arsicci dall’altro. 

Le prime notizie risalgono all’epoca medievale, periodo in cui Arsicci costituiva la parte più orientale, assieme a Caprile, del distretto territoriale Massa Verona. Nel 1209 Arsicium è citata nel documento dell’imperatore Ottone IV che definisce i confini della regione pontificia della Massa Trabaria. La località appartenne quindi ai conti di Carpegna, invece i monaci della Badia dei Tedaldi sostennero che fosse stata loro usurpata, ossia presa probabilmente con forza. Nel 1240 gli stessi conti vendettero ad Ugo di Montedoglio metà del castrum e della curia di Arsicci, nonché metà dello jus patronato della chiesa. Seguì quindi le sorti dell’abbazia dei Tedaldi, sempre all’interno della stessa provincia e nella diocesi umbra di Città di Castello, alla quale nel 1208 appartenevano diversi terreni attorno alla località. Arezzo, che nel frattempo aveva assoggettato diversi castelli del badiale, tra cui quello di Arsicci, nel 1278 dovette restituirlo, assieme agli altri della zona, alla Badia dei Tedaldi su imposizione del Papa.

Nel 1330 lo troviamo infatti menzionato tra i castelli della Badia, località alla quale Arsicci rimarrà indissolubilmente legata fino a rientrare nei moderni confini comunali.

La presenza di alcuni colli a monte dell’abitato sui quali si sarebbe trovata la scomparsa chiesa di San Biagio e il permanere, nella stessa zona, del luogo indicato come Torre, potrebbero indicare una diversa dislocazione dell’originario abitato o di un’eventuale struttura difensiva, forse distrutti o abbandonati, dove attualmente sorge la frazione.

Terensauro

Il vocabolo, non visitabile in quanto proprietà privata, prima dell’edificio, sorge su un arioso falsopiano erboso libero dal bosco, digradante verso il Marecchia e lambito dalle chiare acque di quello che nelle mappe del 1826 era chiamato Il Rio.

L’attuale fabbricato in pietra venne ricostruito per intero negli anni Novanta del Novecento sul sedime dell’antico edificio ormai ridotto a rudere. 

Terensauro, oggi un isolato casolare sconosciuto, nasconde in realtà una storia antica, della presenza di un monastero e di un hospitale nel periodo medievale, dipendente quest’ultimo dalla pieve di San Giovanni in Farfaneto, sita nei pressi di Rofelle.

La struttura religiosa è ancora documentata nel XV secolo, e ancora nel 1480 sia la chiesa di San Pietro in Terenziola  che quella di San Biagio di Arsicci, risultavano unite al monastero di Dicciano, mentre la mappa Cinquecentesca sembrerebbe non raffigurare acuna chiesa.

Sorte comune legò le due chiese di Arsicci e Terensauro anche nei secoli successivi, allorché andarono incontro al lento declino ed infine alla scomparsa.

Il vocabolo Il Palazzaccio, composto da alcuni edifici minori e dal fabbricato principale, dall’aspetto moderno, ma edificato nel 1920 da Piccini Isidoro di Arsicci, uomo che per 40 anni praticò la migrazione invernale in Maremma come taglialegna. Il nome, un peggiorativo di palazzo, ne indicava le iniziali caratteristiche costruttive.

Testo: Victoria Muntean, volontaria di Servizio Civile 2021/2022

Foto in copertina: Graziella Novelli

Fonte bibliografica: Alta Val Marecchia, vol. 2 di Massimo Gugnoni, ed. 2021

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