Poggio Masso: memorie e schegge di guerra

Tornavamo da San Donato, io e mio zio Rubens, sopra il carro trainato da due vacche con corna lunghe molto simili alla razza maremmana: si chiamavano Capricciosa e Pastorella.
Il tratturo era ripido e si innestava nella Strada Maestra “Riminese” nei pressi della Maestadina. Le povere bestie arrancavano lentamente a passi corti e a testa bassa con un carico di patate raccolte nel campo del nonno Riccione: eh già, perché a settembre a Badia si cavavano le patate con l’aratro di legno, rinomate, diceva il mi’ babbo Rinaldo, quelle di Monteviale. Lo zio disse, quando una leggera brezza gli accarezzò il volto: ‘Senti che aria frizzante! Te la sogni in Maremma!’. Poi, volgendo lo sguardo in alto, fissò Poggio Masso e mi raccontò questo episodio avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale. Il nonno Riccione dal “Lago” scendeva a piedi a Badia; arrivato nei pressi de il “Cerrone” un caccia alleato (Spitfire?) puntò in picchiata mitragliando verso Poggio Masso: era un primo atto di guerra per Badia. Il poveruomo, terrorizzato, cercò velocemente un riparo e, visto un ponticello, annaspò per ripararvisi; nella fretta non si accorse del filo spinato che impediva la fuga alle pecore e nel superarlo si ferì un sopracciglio.
Quando fu passato l’attacco uscì con il volto insanguinato e proseguendo il cammino per Badia la gente che lo incontrava pensò, ma non era andata così, al primo ferito della Guerra che si stava consumando nei pressi nella ricordata Linea Gotica.

Poi, purtroppo, le atrocità continuarono con il passaggio del fronte seminando morte, terrore e distruzione.
È stato bello leggere la “Luna Nuova” perché i ricercatori non solo hanno riportato alle origini la casamatta posta, come detto, in un punto strategico, ma mi hanno fatto ricordare il racconto dello zio Rubens:

ecco… perché proprio Poggio Masso.

Per i ricordi che ho di Badia anni 50 nelle “vacanze” estive della mia
adolescenza trascorse al “Lago”
, riflettendo oggi, senza che ne sia un giudizio, la guerra portò ulteriori difficoltà economiche alla comunità badiale; un’economia prevalentemente silvo-pastorale portata avanti
con tanto lavoro, fatica e rispetto per l’ambiente. Si bonificavano piccoli fazzoletti di terra proteggendoli dalle “rupine” per poi metterli in coltivazione; ma non bastava, la povertà regnava, ma c’era altrettanta dignità. A fine estate si raccoglievano gli ultimi fieni di lupinella e si facevano delle fascine di virgulti di cerro: il tutto veniva riposto nei capanni affinché il bestiame avesse di che nutrirsi durante la stagione invernale. In
autunno, finite le semine, tanti uomini, compreso qualche giovinetto, scendevano in Maremma a tagliare la macchia: erano veri maestri con l’accetta ed il pennato. Altri, esperti con l’ascia da squadro, facevano
paracintati e cancelli o timoni per carri e vari lavori stagionali.
I badiali del loro stato ne facevano un’etica ed uno stile di vita volti a sviluppare solidarietà e progresso sostenibile. E oggi? Se la qualità della vita è certamente migliorata, sarebbe saggio, però, non dimenticare e
da queste radici si possano ancora attingere valori essenziali per un futuro e un mondo migliore.


Alvaro Angeli, maremmano con radici badiali

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