La Provincia di Massa Trabaria

 (seconda parte)

Abbiamo visto nel numero precedente di “Luna Nuova” (n° 2 – 2021) come agli inizi del Duecento, nell’ambito dello Stato della Chiesa, si sia delineata nelle alte valli del Metauro, Foglia e Marecchia una nuova Provincia, quella della Massa Trabaria, dotata di una struttura di tipo comunale.

La Provincia era governata da un Rettore, un religioso di nomina papale, che risiedeva nella Pieve di S. Angelo in Vado. Al Rettore, nel governo della Massa T., era affiancata una figura laica, quella del Sindaco. I centri più importanti erano retti da un Capitano del Popolo.

L’organo di governo era il Consiglio Generale al quale partecipavano, oltre a Rettore e Sindaco, gli abati delle abbazie più importanti, i Capitani del Popolo, i Consiglieri e gli Anziani delle varie comunità che facevano capo alla Massa T.. Era il Consiglio Generale a eleggere il Sindaco che sostituiva il Rettore in caso di sua assenza. 

Nella prima metà del Duecento la Massa T., guelfa perché sotto l’influenza del Papa, si trovò a dover fronteggiare le mire espansionistiche dei confinanti, tutti agguerriti ghibellini (seguaci dell’Imperatore), come i Conti di Carpegna e di Montefeltro.

Negli anni tra il 1253 e 1255 la Provincia di Massa T. sostenne non poche lotte con i Montefeltro e Città di Castello. Con i castellani fu stipulato un trattato di pace il 6 giugno 1256.

Al 23 aprile 1278 risalgono quattro “Bolle” (importanti comunicazioni, veramente la Bolla era il sigillo, di cera o di metallo, che siglava il documento) di Papa Niccolò III.

Due furono inviate ai Comuni di S. Sepolcro e di Città di Castello. Il tenore è praticamente lo stesso, si invitano i due Podestà a restituire castelli della Massa T. occupati illecitamente (senza precisare quali) e a desistere dal taglio abusivo di alberi della stessa Massa.

Si fa notare che essi appartengono alla Basilica del Principe degli Apostoli, S. Pietro.

Le altre due Bolle erano dirette a Pietro Saraceni Rettore della Massa. 

Di queste una ci interessa perché riguarda il territorio di Badia Tedalda. Il Papa afferma di aver appreso che ben 34 castelli di pertinenza della Chiesa romana “…sarebbero, a quanto affermasi, ritenuti da diversi…”. Il Saraceni viene invitato ad accertarsi se la notizia fosse vera e, in caso affermativo, ad adoperarsi  per ottenerne la restituzione. Nel lungo elenco che segue tra le località troviamo: Badia Tedalda, Cocchiola, San Paterniano, Rofelle, Monte Botolino, Fresciano, Caprile ed Arsicci.

Nel 1284 la storia della Massa T. si interseca con quella di un importante condottiero della Val Marecchia, di parte ghibellina, Galasso da Secchiano Conte di Montefeltro.

Tra l’altro fu Podestà di Arezzo nel 1290 dopo che la città era stata sconfitta, l’anno prima, da Firenze nella battaglia di Campaldino, nei pressi di Poppi. Questa battaglia deve buona parte della sua fama al fatto che vi partecipò, tra i guelfi di Firenze, un giovane cavaliere dal nome di Dante Alighieri nel ruolo di “fenditore”.

Galasso da Secchiano riuscì a riorganizzare le difese della città e ad evitare che Arezzo capitolasse.

Perdonate la digressione e torniamo alla nostra Massa Trabaria, Galasso doveva essere in zona, con i suoi armati, in cerca di conquiste. Venne a sapere che la popolazione di Castel delle Ripe era andata in massa nella vicina S. Angelo in Vado in occasione di una fiera. Colse l’occasione, assalì il castello e lo conquistò senza difficoltà essendo rimasto praticamente senza difesa.

Nel 1288 vi fu una contestazione tra il Rettore della Massa T. e quello della Romagna riguardo i limiti delle rispettive province. Papa Niccolò IV con una Bolla emessa in data 1 Agosto riuscì a dirimere la questione visto che erano entrambi suoi territori.

Nel 1294 i massani combatterono con i cesenati e i riminesi agli ordini di Malatestino Malatesta nell’assalto alla città di Urbino, per toglierla al controllo dei ghibellini.

Trovarono una forte resistenza per cui dovettero ripiegare e desistere dall’impresa.

Nel Duecento, nonostante i ripetuti attacchi da parte dei turbolenti confinanti, la Massa T., grazie anche alla protezione del Papa, riuscì a mantenere una sua unità territoriale. Altro problema, come abbiamo visto, era quello del furto di legname da parte delle comunità limitrofe. Succedeva anche che i massani si “dimenticassero” di tagliare i tronchi di legno destinati a Roma. Venivano tosto richiamati ai loro doveri, come il 1 Agosto 1319. Papa Giovanni XXII era stato informato dal Priore della Basilica di S. Pietro del mancato arrivo del legname. In una Bolla il Papa ricorda che da tempo immemorabile la comunità massana era tenuta alla fornitura gratuita di travi “,,,destinate, e spesso opportune, agli edifici ed al restauro dei tetti della detta Basilica…”. Giovanni XXII fa notare ai massani che con questo comportamento omissivo essi causavano, non solo danno alla Basilica stessa, ma anche all’anima loro. Penso che questa argomentazione sia servita a fare arrivare prontamente i tronchi a Roma.

Nel Trecento per la Massa Trabaria le cose cambiano, inizia un processo di disgregazione. Il motivo principale risiede nel fatto che nel 1308, per intervento del re di Francia Filippo IV il Bello, la sede del Papato viene trasferita ad Avignone e vi resterà fino al 1377, periodo della Cattività Avignonese. Il Papa è lontano, in Francia, i turbolenti confinanti della Massa T. ne approfittano.

Nonostante i tentativi di Papa Innocenzo VII, che nel 1353 invia in Italia il cardinale spagnolo Egidio Albornoz, e di Papa Urbano V che manda nel 1371 il fratello, il cardinale Anglic de Grimoard, diventa difficile ristabilire l’autorità papale in modo duraturo in molti territori tra cui la Massa Trabaria.

Il cardinale Anglic ci lasciò una preziosa descrizione dei luoghi da lui visitati, la più nota è la: “Descriptio Romandiole”. Per quanto riguarda la Massa T. annotò che: “…in questa Provincia ci sono quasi 100 castelli, tra i quali tre forti e notabili, mentre gli altri sono piccoli luoghi fortificati…”.

Nella prima metà del ‘300 parte dell’alta Val Marecchia passò sotto la dominazione dei Signori della Faggiola di Casteldelci (ghibellini). I Brancaleoni di Casteldurante (l’attuale Urbania, così chiamata dal 1636, in onore di Papa Urbano VIII) allargarono i loro confini entro la Massa, anche i Tarlati di Arezzo occuparono territori massani. Dopo anni di lotte con Città di Castello i Brancaleoni consolidarono il loro dominio sull’alto Metauro (S. Angelo in Vado e Mercatello).

Papa Urbano VI nel 1389 cede in vicariato al Conte Antonio da Montefeltro varie località tra cui Metola, Parchiule, Castel de’ Fabbri. Nella valle del Foglia, per investitura di Papa Gregorio XI si poterono espandere i Conti Oliva di Piandimeleto.

Nel 1370 a Sestino arrivarono i Malatesta di Rimini, nel 1393 parte dell’alta Val Marecchia e il territorio di Badia Tedalda vennero concessi da Papa Bonifacio IX ai Conti di Montedoglio, Signori della Valtiberina. Nel 1489, estintasi la linea maschile, Badia T. passerà sotto il dominio di Firenze.

A fine Trecento l’unità territoriale della Massa T. era definitivamente perduta.

Dal ‘500 in poi per Massa Trabaria si indicherà la parte più alta del bacino del Metauro, che era incluso nel Ducato di Urbino, che sarà devoluto alla Santa Sede nel 1631.

Oltre all’unità territoriale erano andate perdute anche le rigogliose foreste di piante ad alto fusto (particolarmente faggi e abeti) che avevano generato il nome della Massa, come lamentava nel ‘600 il funzionario e letterato pesarese Salvador Salvadori.

Ci si può chiedere quale sia stato il coinvolgimento di Badia Tedalda nella realtà della Massa Trabaria. Possiamo fare alcune considerazioni. 

Per la posizione geografica piuttosto periferica, per l’importanza che assunse nel ‘200 Badia Tedalda per merito dei suoi potenti abati, Angelo, Guglielmo, Tedalgrado (in particolar modo) e Nicola verrebbe da ipotizzare che Badia si possa essere ritagliata, nell’ambito della  Massa T. una certa autonomia. Anche lo storico Andrea Czortek è di questo parere. In un suo lavoro: “La Signoria dell’abate Tedalgrado in alta Valmarecchia” ( “Studi Montefeltrani” n° 20 del1999) sottolinea che : “Tale Provincia (la Massa T.) costituisce  almeno in questi anni una entità politica troppo debole per impedire la costituzione di una Signoria (quella dell’abate Tedalgrado) al proprio interno…”.

Si potrebbe addirittura ipotizzare che l’appartenenza di Badia alla Massa Trabaria sia stata più geografica che politica. Abbiamo visto che il 6 Giugno 1256 venne convocato un Consiglio Generale della Massa per ratificare importanti accordi per le annose questioni di confine con Città di Castello. Alla riunione, nella Pieve di S. Angelo in Vado, erano presenti tre Consiglieri  di Rofelle: Erboletto, Erboluzio ed Arioso, ma neanche uno di Badia.

Badia Tedalda (alta) in una foto del 1922. Si vedono, a sinistra, la chiesa e il campanile, a lato la torre demolita nel 1923. Da G.F. Di Pietro – G. Fanelli, La Valtiberina Toscana, 1973.

Fabrizio Barbaresi

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