Pagine d’autore

La nostra terra nelle opere di Paolo Toschi (prima parte)

Gli anni Venti del ‘900 vedono l’arrivo in Valtiberina di un giovane professore di lettere, nativo di Lugo di Romagna. È Paolo Toschi, laureato all’Università di Firenze, giunto per insegnare presso la Scuola Tecnica di Sansepolcro. Studioso di scienze demo-etno-antropologiche, alterna con i suoi allievi lo studio dei classici alla ricerca di usi, tradizioni e cultura orale popolare del luogo. Indagini che continuerà negli anni ad ampi livelli fino a divenire fra i massimi esperti nazionali e internazionali delle discipline che studiano l’uomo dal punto sociale e culturale. Insegna storia delle Tradizioni popolari all’Università di Roma; è membro di prestigiose accademie e istituzioni culturali; presiede il Museo nazionale delle Arti e Tradizioni popolari a Roma-EUR; viene insignito di medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. 

Per le sue ricerche viaggia in Italia e all’estero, ma ogni estate torna in un luogo che non ha mai dimenticato: l’Alta Valmarecchia, in particolare il territorio di Badia Tedalda. Instaura una profonda e duratura amicizia con la famiglia Biozzi di Viamaggio. Alloggia, assieme alla moglie, originaria di San Giustino, alla Svolta del Podere e trascorre il tempo nella serenità del verde e dei silenzi della montagna, leggendo e scrivendo. A sera, si attarda con Alma e la figlia Maria ad esplorare le stelle. Meraviglie e incanti del cielo montano, che rappresenta un immenso libro dove ogni astro ha la sua attenzione. Pagine di stelle che Toschi legge tutte per loro.

Il Professore riposa l’anima, ma la sua mente fervida è attratta dall’esuberante bellezza naturalistica che lo circonda. Nella popolazione intuisce ricchezza di valori e di saperi ideali per le sue ricerche. Gente di montagna, forte come le sue rocce, genuina come le sue sorgenti, calda come i colori dei suoi boschi in autunno.

Nascono così pagine dove rivivono luoghi, persone, atmosfere di un tempo ormai lontano. Affreschi di un’epoca in cui si nascondono le profonde radici del territorio badiale. Da questa sua indagine dichiara di aver ricevuto sanità di corpo, serenità di spirito, e la rivelazione delle eterne leggi che regolano e accordano l’esistenza dell’uomo sulla terra1. 

Numerosi i momenti di vita quotidiana o del ciclo dell’anno che il Professore esplora, ma soprattutto sono per lui importanti le persone che incontra: ciascuna ha qualcosa che lo colpisce. Ecco l’Assunta del Ferraiolo, massaia e pastora che munge il gregge e saggiamente dice: la pecora, bensì ch’è un piccolo animale e pure è utile quasi quanto una bestia grande: lana, formaggio, agnelli: non si stanca mai di dare: dove dorme concima il campo, e quando è morta ancora ci riscalda con la sua pelle. Con il latte e un paziente lavoro, la donna ottiene il formaggio pecorino, squisito prodotto di monti odorosi di erbe. E mentre le sue mani danno vita alle forme di cacio, il pensiero corre ai suoi uomini: in autunno partiranno per la maremma e porteranno con sé un po’ di quel formaggio, perché col pane, è il miglior viatico del pastore: esso gli ricorda il suo gregge, la sua casa, la sua donna. Dall’Assunta il professore viene a conoscere credenze che circolano in giro, come la presenza nel territorio del serpo regolo2. Giura di averlo visto e lo descrive: È come un bambino in fasce, gli occhi sbarrati e gli orecchi da gatto. Porta una cuffia da neonato: è inutile sparargli perché incanta il fucile… La Pia della Sterpaia una volta l’incontrò in uno spiazzo del fittissimo bosco del Silbello, e per poco non sveniva dalla paura. 

Le indagini di Toschi continuano. Eccolo osservare e descrivere l’allegria di un gruppo di amici che giocano alla morra all’ombra del noce, in fondo al breve sagrato: Felicione il guardia, di gigantesca statura, con Cecco della Sterpaia e contro di loro Lorenzo di Valdistori e Bista detto il Rossino. Da principio il gioco è calmo… gli avversari si studiano: gli occhi sono sempre fissi negli occhi… Felicione è il più esperto… sotto i cespugli neri delle sopracciglia l’occhio furbesco vigila e ride… La chiassosa e accanita gara si conclude con un bicchierotto bevuto amichevolmente nell’osteria dell’Isolina. 

Un giorno, mentre Toschi cammina poco sopra Badia Tedalda, inizia a piovigginare. Decide di ripararsi presso una casa di contadini. La massaia, una donna magrolina e vestita con proprietà, gli offre una sedia e subito gli chiede se ha bisogno di qualcosa. Toschi ringrazia, ma preferisce non disturbare e si siede sulla soglia di casa. Il suo sguardo però corre verso la tavola dove nel tagliere fuma una piccola polenta fatta con la farina nova del formentone… La donna l’affetta servendosi di un filo ch’ella fa passare di sotto in su con un gesto abile e cauto: poi stende le fette in una terrina, le sparge di pecorino grattugiato e le colora di un sugo sapido e odoroso. Il professore non riesce a trattenersi: -O massaia, me la fareste assaggiare?

-Volentieri! Mi riguardavo d’offrirgliela perché è cibo di contadini… , ma è buona… chi gli piace. È la prima che faccio quest’anno. Tenga.

Mentre parla ha già steso un lembo di tovaglia, e in un piatto su cui ha fatto piovere una manciatina di formaggio, adagia una bella fetta aureo-chiara e la custodisce con l’intingolo che qualche coscia di lodola rende più saporito.

Abbiamo già incontrato un momento simile: altro illustre personaggio, Alfredo Panzini, altro luogo, un’osteria; identica la scena gentile, la stessa calda accoglienza che testimonia quanto la gente del Badiale, anche la più modesta, abbia modi e gesti che denotano squisitezza d’animo e valori che il tempo non ha scalfito. Toschi termina infatti col dire: Polenta. Io ti mangio con gioia perché il tuo nome e il tuo sapore mi ricorda la campagna la casa l’ospitalità, le tre cose sole buone che ancora ci serbino la Natura e l’Uomo.

(continua)

Marta Bonaccini

1 – I brani in corsivo sono tratti da: Paolo Toschi, Poesia e vita di popolo, Ed. Montuoro, 1946.

2 – Paolo Toschi, Lei ci crede? Appunti sulle superstizioni, Torino 1957

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